Bettino da Trezzo, il poeta che parlò alla Grande Mietitrice

Bettino da Trezzo, della famiglia Uliciani, compila nel 1488 il poema in cui la Morte parla a tre anni dalla pestilenza che ha funestato anche la famiglia del poeta.
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Incisione cinquecentesca, vanitas, la morte ci deride.

In 6300 endecasillabi rimati ABBA, Bettino da Trezzo della famiglia Uliciani pubblica a Milano con la primavera 1488 una «Letilogia» presso Antonio Zarotto da Parma: il discorso della Morte che tre anni prima ha percorso Milano, Pavia, Como e Lodi in forma di pestilenza. Nato in paese, dove il suo cognome insiste dal ‘200, l’Uliciani Bettino da Trezzo ha una Santi per madre. E proprio il cugino Gaspare Santi lo allena alla letteratura latina e volgare.

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Il Card. Ascanio Maria Sforza

Più pericolante che equilibrista tra le due espressioni, Bettino da Trezzo scandisce in dieci canti la «Letilogia», dedicata («pochetta offerta») al card. Ascanio Maria Sforza. Dell’opera, stampata a incunabolo presso Antonio Zarotto, si conservano copie milanesi alle biblioteche Trivulziana e Ambrosiana; ma anche a Londra, Parigi, Napoli, Parma, Roma e Sevilla. Bettino da Trezzo sposa una Busi, diventando padre di sedici figli tra il 1466 e il 1484. La Morte ne svuota però le culle, non lasciandogli che una femmina e due maschi.

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Incisione cinquecentesca, vanitas, la morte amorevole.

Cittadino a Pavia, l’Uliciani cerca scampo alla peste del 1485 rifugiandosi nelle campagne fuori città, dove seppellisce comunque il primogenito. Dopo il decesso viene indetta la quarantena sulla casa da cui, solo «cum astutia et spesa», Bettino da Trezzo riesce a liberare la famiglia. Si trasferisce a Milano, dove inizia la torrenziale stesura della «Letilogia», in cui convergono liste di pontefici e padri della Chiesa; sermoni e preghiere. Una poesia inginocchiata, insomma, con le mani giunte.

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Frontespizio dell’opera

Malgrado la pochezza letteraria («lingua grossa»), Uliciani si decide alla penna per spiegare come la peste («Magistra c’ha fatto ‘l maleficio») sia celeste sanzione a tempi «troppo fieri». Armata di falce o frecce («sagitte venenate»), la Morte conclude saggiamente l’opera: «Ognun che nasce convien haver fine / al mondo dove rose son cum spine». La fatica di Bettino da Trezzo soffre specie le critiche settecentesche, che la definiscono «sciocca e ridicola maniera» (Crescimbeni).

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Messa in pagine dei versi

Più che letteraria, la sua virtù è storiografica, compilando descrizioni di chiese e scorci altrimenti dimenticati. Bettino da Trezzo stringe la mano ai monatti di Lodi, riportandone persino i nomi: Moschino, Pechino e Ladino. Nel 1839 Francesco Cherubini scopre inoltre il poema, miniera dei dialettalismi che raccoglie in appendice al suo vocabolario di Milanese-Italiano.

Vengon per le mie mane tutte gente

che sono sotta ‘l cielo d’ogni schata

nullo s’en po fugir che non lo acata

talmente prompta son et satagente (b7r)..

Proverbio antiquo et trito è che li groppi

al pecten vengon sempre et che se scopre

col tempo ciò che neve occulta e copre

perciò convien ch’ognun in me s’intoppi.

So ben che giorni et nocte non cessava

cum l’archo et cum sagitte venenate

ogn’hora cursitar per la Citate

per morte dar a quanti n’acatava (f3v)..

Et pazo non essendo havrai compreso

t’ho dicto ‘l vero perciò me ne vago

tientel ligato al digito col spago (a7v)