Povero Piero, pelle di sacco e morte di fuoco

“Povero Piero” si chiama il fantoccio che il carnevale trezzese brucia nuovamente dal 1976, purgata ogni malizia anticlericale del passato. Accendendo una luce nel buio, il paganeggiante rogo invitava la primavera a tornare vittoriosamente dopo l’inverno: pire simili ardevano propizie perché il tempo si curvasse e il ciclo stagionale rinascesse oltre le soglie del freddo e della morte.

Maschere che non si possono mettere e altre che non si possono togliere. Nella romanzata autobiografia di Giovanni Battista Bugatti (1779-1869) detto Mastro Titta, celebre boia dello Stato Pontificio, si rammenta come in tempo di carnevale fossero proibite le maschere alle prostitute romane: «La frustatura, applicavasi, quasi per sollazzo del popolo, alle meretrici. Questa solevasi infliggere, specialmente quando le prostitute venivano meno al divieto loro imposto di portar la maschera, durante il carnevale. Ed era uno dei più grati divertimenti che si potesse offrire alla plebe romana» (Anonimo, Mastro Titta, il boia di Roma, ed. Perino, Roma 1891, XI, Barbari sistemi di giustizia).

In singolare controcanto sul tema, gli Avvisi italiani ordinarii e straordinarii per l’anno 1685 (vol. II) riferiscono: «Milano, 28 marzo 1685. Notizia giunta da Torino: tre persone mascherate vedono un prete che porta la comunione a un malato; due di loro tolgono le larve, mentre la terza se la tiene e dice una frase irriverente; la larva s’incarna nella faccia e quando si tenta di toglierla col rasoio ecco che ne esce sangue» (B. M. Bosatra, a cura di, Vista da Vienna – L’Europa tra Sei e Settecento secondo gli “Avvisi italiani ordinari e straordinarii”, Milano 2019, pp. 13-14). Il prodigio punisce la blasfemia a volto coperto. Maschere che non si possono togliere, dunque, e altre che non si possono mettere.

Povero Piero, dal rito agreste all’innocenza dei coriandoli

Oggi non è che innocui coriandoli e risate di bimbo. Ma «Povero Piero», il fantoccio incenerito dal carnevale trezzese, ha trascorsi ben più torbidi. A imbottirne di paglia la pelle di sacco erano, nell’Ottocento, i contadini delle cascine coinvolti così nella vita paesana. Veniva arso su una pira nell’attuale piazza Libertà, di dove gli anni Venti lo traslocarono in Valverde (avanti il castello) e quindi lungo l’Adda. E’ qui che ogni anno la ProLoco accompagna all’esecuzione il Piero, che l’associazione stessa costruisce sotto l’esperta regia di Mario Panzeri. Accendendo una luce nel buio, quel rogo paganeggiante incoraggiava la primavera a tornare vittoriosamente dopo l’inverno: pire simili ardevano propizie perché il tempo si curvasse e il ciclo stagionale rinascesse oltre le soglie del freddo e della morte.

Per il suo carattere rituale e agreste, anche il “Povero Piero” esibì un anticlericalismo più “acceso” tra Otto e Novecento, all’epoca dei sindaci liberali e “framasun” (massoni). Il battesimo stesso del pupazzo sembra una maliziosa variazione sul simbolo dell’autorità pontificia (San Pietro), spogliato della santità e della croce (cioè la «t»). Per giunta vestito in nero tonaca, il simulacro veniva arso il sabato sera seguente al Martedì Grasso, con cui chiude carnevale il Rito Romano officiato dalla parrocchia trezzese. L’accusa era precisa: non alla religione ma al clero che, infatti, contrastò invano la sacrilega iniziativa. Mons. Giuseppe Grisetti indiceva Adorazioni Eucaristiche e radunava i giovani in oratorio, il sabato del «Piero». Predicava che compiacersi delle maschere in corteo era peccato: proibiva di indossarle la regola 31 del disciplinare edito dall’Oratorio cittadino (1894). Il che non impedì ai Trezzesi di sfregare il blasfemo zolfanello fino al 1960, quando la tradizione si spense anche per intervento delle amministrazioni democristiane.

Dal 1976 a rinfocolare la cerimonia, ormai purgata da ogni anticlericalismo, furono alcuni giovani ispirati al bar dai racconti di Cornelio ZaccariaCurunèll dal Biba»). Dopo questo risveglio, il carnevale trezzese si è popolato di clown e stupori pirotecnici. Un tempo sguinzagliava carri allegorici simboleggianti i diversi mestieri, scanditi per corporazione; mentre una fila di anziane, agghindate a lutto, tallonavano il «Povero Piero» intonando tre volte «E’ mort al Piero.. brum brum, brum brum – e quindi – Sé! L’è mort al lazarum!». In maschera si regolavano a bastonate anche i conti in sospeso. E, specie nel secondo Dopoguerra, brillò qualche coltello durante le sfilate. A concludere il rogo era la scalata all’albero della cuccagna. Il Mercoledì delle Ceneri, invece, Trezzo allestiva un «Carnevale dei Pescatori»: scorrazzavano per le vie cittadine con lunghe canne. Ne penzolavano all’amo aranci, mandarini e acciughe per saziare i marmocchi più svelti.

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Adolfo Milani sul palco de “La città di Piero” (2009)
Adolfo Milani e “La città di Piero”

A fornire la più intelligente interpretazione del «Povero Piero» è stato il regista Adolfo Milani: trezzese d’adozione e autore de «Il paese di Piero». Tutti si chiamano così e di Piero sono padri, nipoti e figli in una scolorita città che può essere tutte le altre. Non c’è il migliore o il peggior Piero da chiamare senza che si voltino tutti gli altri «e persino i defunti, sotto le lapidi tutte uguali, si chiamano tutti Piero». Almeno finché un pompiere, l’ennesimo Piero, si stanca d’essere «un fagiolo nel minestrone di fagioli» e dal pozzo della memoria estrae un battesimo altro: Pompeo. Lo porta nel comunismo dei nomi, sentendosi singolare, una macchia d’azzurro. Al giudice che lo condanna per diversità, Pompeo grida: «Io conservo la mia identità proprio perché il mio nome è Pompeo. E in questo modo anche lei diventa diversa da me. Non le piace essere diversa?». Verrà arso vivo sull’Adda ma, alla luce di quella pira, ciascun Piero si sveglia dal conformismo: sceglie un nome e una diversità. Solo qualcuno mantiene quello di Piero, che ormai è il più originale.

Per approfondire. AAVV, Il carnevale del Povero Piero, 1976/1986, s.n.t.

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