Fra Celestino, la piccola teologia

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Fra Celestino di Maria Immacolata, al secolo Angelo Ferronato, fu sacrista per cinquant’anni al santuario della “Divina Maternità” a Concesa di Trezzo sull’Adda: piccole teologie, sapienze minime per “servire Dio in letizia”.

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Recitando il rosario in sacrestia, fra Celestino amava additare il pavimento ai visitatori: alternato di piastrelle bianco e nere «come la notte e il giorno, la grazia e il peccato». «Siamo tutti chiamati a camminare solo nel candore, alla luce del sole – ripeteva con inflessione veneta – anche se ad ogni passo è impossibile non rischiare le piastrelle nere». Lasciò Concesa solo per i pellegrinaggi (in Terra Santa e sui luoghi di Santa Teresa) o per riabbracciare la sorella a Bolzano e i parenti di Loria.

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Fra Celestino (a sinistra) con Padre Gerardo Bongioanni davanti alla tela secentesca che ritrae la Madonna del Latte: compiuta da mano angelica, secondo la tradizione.

Dopo le funzioni all’altare, fra Celestino versava in un pozzo cieco l’acqua di cui l’officiante aveva bagnato le mani e il calice. «Quell’acqua è benedetta: non va calpestata né si può mischiare agli scarichi dei lavandini. Da questa cavità si assorbe naturalmente nella terra sotto l’abside». Ogni parola era umile, disarmata, scalza. Senza atteggiarsi a insegnante, fra Celestino consentì a molti di imparare. «Alcuni tra gli ultimi – dice l’evangelista – saranno primi del Regno».

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Concesa non dimentica fra Celestino di Maria Immacolata, nome religioso del trevisano Angelo Ferronato, sacrista per un cinquantennio del santuario carmelitano lungo il naviglio Martesana. Morì la mattina del 26 agosto 2013, al nosocomio di Vaprio d’Adda. Proprio quel giorno i Carmelitani Scalzi ricordano la Transverberazione di Santa Teresa d’Avila, riformatrice dell’Ordine, in cui Angelo entrò per matura vocazione.

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Nato a Loria (TV) il 29 gennaio 1925, fu falegname fin oltre i trent’anni. Solo a quell’età risolse di vestire il saio carmelitano come semplice Fratello Donato, senza proseguire gli studi in filosofia e teologia cui i Padri sono invece chiamati per celebrare le funzioni religiose. Abbracciava cioè gli Ordini Minori ma non il sacerdozio e, nel 1963, lasciava sull’altare il suo nome laico (Angelo Ferronato) cambiandolo in quello religioso come era consuetudine allora. «Morendo al mondo», fra’ Celestino ne riceveva un altro, «rinascendo in religione».

Serviva messa anziché officiarla, fra Celestino: curava il decoro dell’altare, custodiva la sacrestia, allestiva il Presepe, conciliava con la disponibilità dei sacerdoti le richieste avanzate dai fedeli. Lo fece brevemente al convento che i Carmelitani Scalzi reggono a Piacenza, salvo essere trasferito a Concesa, dove trascorse i suoi cinquant’anni di vita devota. Del chiostro lungo il naviglio Martesana, fra’ Celestino era la memoria con le mani giunte, il rosario in sacrestia.

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Concesa – La Madonna del Latte, ancora velata

Ricordava ancora quando, nel 1971, il restauratore bergamasco Taragni pulì da ogni velatura la secentesca tela della Vergine venerata sull’altare. Malgrado allatti il figlio, infatti, al primo Novecento il seno le era stato celato con gli stessi colori della veste. Per troppo pudore. Con simpatia tutta veneta, fra’ Celestino spiegava il mistero della Santa Trinità (una e trina) mostrando semplicemente le dita che sono parti plurali di un’unica mano. «Fra Celestino visse sempre di semplicità – ha detto Padre Claudio Truzzi, già Provinciale dell’Ordine – sempre in cerca di rime e giocose barzellette per diffondere la gioia d’essere figli dell’Eterno. A nessuno, entrato triste, era concesso di lasciare il Santuario di Concesa senza il sorriso».