E l’Inquisizione indagò un eretico da Trezzo

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Lodi, 24 novembre 1551. L’Inquisizione affastella  fascine al rogo dell’eretico Galeazzo da Trezzo: l’uomo chiede di esprimere la propria dottrina prima che le fiamme lo divorino. Un pugno di coraggio e cenere.
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Eretico condannato al fuoco dall’Inquisizione

Non vanta vie intitolate, Galeazzo da Trezzo. Fu solo massaro dei conti Attendolo Bolognini, a Sant’Angelo Lodigiano, finché l’Inquisizione non lo arse vivo il 24 novembre 1551 sulla piazza di Lodi. L’eresia che più portò fascine al suo rogo fu la negazione del corpo di Cristo nell’eucaristia. E dodici anni dopo Heinrich Pantaleon, autore di un martirologio luterano, vi inserì Galeazzo tra i più audaci inceneriti dall’Inquisizione.

Mentre subiva gli sputi dei Lodigiani, gli ufficiali del vescovo e del podestà che gli allestivano la pira si misero a bisticciare su quale delle due autorità avrebbe pagato la legna necessaria. Galeazzo urlò dall’alto che alle spese d’esecuzione avrebbero provveduto i suoi famigliari, benché spogliati dalle confische.

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Heinrich Pantaleon

Sua moglie Caterina da Dossena si piange «vecchia e inferma» già in una lettera del settembre 1551, dove lamenta come i suoi averi dotali siano stati sequestrati dal fisco insieme a quelli del marito, non ancora condannato. Galeazzo non aveva prole ma ospitava sotto le sue tegole sei nipoti «da marito povero», figlie di un fratello morto. Senza di lui la famiglia sarebbe andata, come andò, in rovina. Forse questo indusse a ritrattare Galeazzo quando, nel 1545, fu incarcerato la prima volta dall’Inquisizione che lo accolse nel pentimento. Si ignora chi lo denunziasse ma l’abiura lo assolse dalla scomunica, condannandolo solo a sei mesi di domicilio coatto.

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1372: Eretico al roga da codice miniato

Ogni domenica si sarebbe accostato ai sacramenti contestati (Comunione soprattutto) recitando pubblicamente dall’altare maggiore i sette salmi penitenziali, seguiti da una dichiarazione conforme all’abiura fatta. Ma Galeazzo, che lo storico Federico Chabod giudicò «di mirabile tempra», evase presto questi obblighi calamitando la rinnovata attenzione dell’Inquisizione. Era il luglio del 1551. Più che per la seconda volta colpevole Galeazzo era colpevole due volte agli occhi di Vincenzo da Milano, che ne lesse la sentenza di condanna il 14 novembre 1551.

L’estrema condanna di Galeazzo al tribunale dell’Inquisizione

L’inquisitore e Gaspare Vitali, vicario del vescovo di Lodi, siedono in due cattedre alzate davanti al duomo cittadino. Invocano il nome di Cristo, della Vergine e del Beato Pietro Martire prima di promettere la morte a un uomo. Consegnano Galeazzo a Lucio Decio, il podestà lodigiano, cui Vincenzo rivolge una supplica quasi ridicola perché «misericordiosamente moderi la sua sentenza aldiquà dello spargimento di sangue». In verità la morte del trezzese è già concertata. Il podestà ne chiede licenza a Carlo V imperatore, cui manda però una relazione tanto ostile a Galeazzo da accennare soltanto la remota alternativa di bruciarlo in effige.

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Rogo di streghe

Il luteranesimo grondava dalle Alpi in Italia, dove il Concilio di Trento allora in corso non ammetteva negligenze. Il da Trezzo andava arso per punire anche i suoi maestri, esuli nel frattempo in Svizzera e in Valtellina. Qui aveva riparato Agostino Mainardi, priore degli Eremitani di Pavia che predicò a Sant’Angelo il verbo luterano, da subito accolto da Galeazzo e dal cognato. In territorio elvetico era invece migrato l’erudito Celio Secondo Curione, di cui il da Trezzo aveva persino adottato il figlio: Lattanzio. Alla fuga che i due gli insegnavano, l’eretico trezzese preferì il martirio. Un martirio esclamativo.

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Celio Secondo Curione

Dopo aver udito la propria condanna, Galeazzo protesta a gran voce di non aver potuto esprimere le proprie convinzioni. L’inquisitore ribatte che non è più luogo né tempo per difendersi, cosa che del resto l’inquisito non vuole, e gli chiede anzi di confermare la sua colpa: «Vôi tu dire che sii idolatria adorare l’Hostia Sacra?». «Sì, ch’è idolatria adorare l’Hostia – sbotta il da Trezzo – et lo proverò per l’Atti delli Apostoli». Con le stesse parole fa eco alla domanda, ripetutagli dal Decio per capire se il condannato si sarebbe beffato anche dell’autorità secolare.

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 Le convinzioni per cui l’Inquisizione lo mise sul rogo

La pubblica lettura che condanna alle fiamme Galeazzo è conclusa dalla confisca indetta sui suoi beni a vantaggio dell’Inquisizione. Chi non li avesse consegnati entro otto giorni, sarebbe incorso nella scomunica. Ma cosa portò l’eretico trezzese a questa morte così derubata?

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Galeazzo nega il Purgatorio, arnese teologico scoperto dal Medioevo (1274). Ma, rifiutando il luogo transitorio dove le anime scontano la pena temporale, gli paiono superstiziose e inutili anche le messe per i defunti. Questo perché, senza Purgatorio, gli spiriti sono già eternamente alloggiati all’Inferno o in Paradiso. E nessuna preghiera può cambiarli d’indirizzo, almeno secondo Galeazzo che biasima inoltre le orazioni ai santi, modelli da seguire ma pur sempre di natura umana. Scredita persino le loro immagini, l’eretico trezzese. E’ ostile alla confessione sacramentale, al celibato ecclesiastico e all’infallibilità pontificia codificati dal Medioevo. Come i luterani, crede che non le opere, i sacramenti o la volontà salvino l’uomo; ma solo la fede di cui Dio è dispensatore. Galeazzo lo sostiene spesso citando il testo biblico, promovendone così la libera interpretazione. Ma la sua eresia, che non è solo luterana, ha molti affluenti.

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Insegna del Sant’Uffizio

Rigetta il dogma eucaristico che vuole la vera carne nel pane, e nel vino il vero sangue di Cristo. Lutero affermava di contro come le due nature convivessero nella particola/carne e nel vino/sangue elevato. Ma neppure questa verità soddisfa Galeazzo, che sembra piuttosto sostenere la tesi zwingliana per cui l’eucaristia è solo un gioioso rito della memoria: una commemorazione del cenacolo. Queste convinzioni misero sul rogo l’eretico alzò fiero lo sguardo anche nella morte.

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Per approfondire:

Dizionario Biografico degli Italiani;

Luigi Fumi, L’Inquisizione romana e lo Stato di Milano in Archivio Storico Lombardo, 1910, XIV, pagg. 210-214.

Scarica gratis la sentenza inquisitoriale e la relazione del podestà:

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