SAK, la biografia definitiva di Kierkegaard

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Joakim Garff riordina la vita del filosofo che passeggiava per Copenaghen
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“SAK” di Joakim Garff

La domanda fa corrente, anche invertendone i poli: le opere di un filosofo spiegano i suoi giorni? Quelle di Kierkegaard si aprono sulla via, pubbliche finestre da cui intravedere il privato all’interno. Specie negli scritti pseudonimi il pensatore più spettinato (s)figura la sua biografia in specchi concavi: pubblico e privato si con-fondono, o meglio, si fondono-con. Preferisce il congiuntivo all’indicativo, Søren, e «sembra – per dirla con Alfred Polgar – di udire i passi con cui entra dentro se stesso». Li ha ascoltati Joakim Garff, accademico teologo, chiarendo il racconto che lo scrittore di Copenaghen diede di sé con penna diversa ma uguale umorismo. Ne ha cavato una biografia insonne, musicale, definitiva sotto il titolo di SAK (Castelvecchi, pp. 663, 49 euro): le tre iniziali che Kierkegaard sigillava nella ceralacca rossa o nera. Chino sulle carte del pensatore, Garff ne interroga il monumentale senso di colpa. Cerca il labirinto terreno da cui, scrivendo, Søren trova solo un’uscita religiosa.

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Søren ritratto dal cugino nel 1838

L’immediatezza in cui la scienza addita le cause brute o il bimbo i nasi buffi sembra impedita al filosofo danese dal decoro pietista. Glielo impartiscono un padre e un preside con lo stesso nome, Michael. Simulazione educata, intellettuale distacco gli consentono di riavvicinare gli altri e se stesso solo sulla via dell’ironia, che procede obliquamente proprio come Kierkegaard fa in strada per un difetto fisico. Per i motti appuntiti, invece, già ragazzino lo chiamano in casa «Forchetta»; «Calzetta» a scuola: sebbene studi latino, veste infatti brache corte e un cappotto color cavolo rosso. Ne acquista uno giallo limone, più tardi, consumando il sughero degli stivali per conversare col bastone da passeggio a un braccio e un amico sotto l’altro.

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Kierkegaard giovane

Sulla via la parabola evangelica e il dialogo socratico, l’ironia. Ecco la postura con cui Søren cela la propria vita sotto la ghiaia delle parole, firmate «Victor Eremita», «Johannes de Silentio» o con pseudonimi tanto più remoti quanto è intima la materia. Di tali scritti «non conosco il significato se non come lettore» sorride Kierkegaard. Ma con devozione d’orologiaio Garff riallinea le opere e i giorni del filosofo in SAK, un libro avviato e finito a notte alta, quando anche il lettore si rassegna a chiuderlo.

L’obliquità della scrittura

Søren lascia 10 minuti ogni sera a teatro solo per ispirare i pettegoli di Copenaghen. Si autografa col nome di Farinelli, cantante castrato, in rinuncia all’invito della carne: tanto semplice e diretto da angosciarlo. Inventa un’amante berlinese per spegnere l’amore di Regine Olsen, il cui ricordo ancora lo accende. Dispone sotto altra firma l’edizione di una lettera contro se stesso. Media e disarticola, colloca in gioco specchiante quanto non riesce a praticare immediatamente: più equilibrismo che equilibrio, l’ironia è la distanza minima tra Io e me.

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La casa natale prima della demolizione

Voce sottile, occhi blu, spalle leopardiane, gracili gambe, viso affilato. Non permise mai che lo fotografassero, Søren: e sorrise forse delle sue membra, scorrendo le caricature che il Corsaren ne pubblicava. Rifuggiva il sole a passeggio o, in casa, tingendo i vetri alle finestre. Nel libro, Garff richiama l’ipotesi che fosse epilettico. L’autore di Aut-Aut era più pensiero che corpo per sua stessa ammissione, convinto che di quell’asimmetria sarebbe morto. Ma confidava al medico anche la stitichezza, una malinconia ereditata da papà e la sublimata scelta di essere scrittore al bivio che l’avrebbe altrimenti sposato con Regine Olsen. Scritte nella carne di Søren, queste premesse decidono cosa e come egli scrive, evadendo la «demoniaca chiusura» del ritegno pietista. Anche l’eccedenza dell’animo sul corpo sembra già quella del senso ironico, che dice più della semplice parola. Verba e carne sono in cristiana prossimità.

Kierkegaard: la sifilide, il corpo e la penna

Un corpo di testi che è un testo di corpi rivela, secondo Garff, la «grave colpa» per cui Søren si recluse in una solitudine con vista sugli altri. Sono i brani che, aggiunti a Colpevole? – Non colpevole?, citano ambiguamente il padre Michael. Nel primo pezzo un contabile devoto giace con una prostituta e, ormai ricco, ritrae bimbi a matita in cerca delle somiglianze che gli rivelino se quella lo rese papà. Il secondo racconto cita due lebbrosi, le cui iniziali sono le stesse di Kierkegaard senior e figlio. Un balsamo attenua il morbo che uno tra loro contagia per odio agli uomini. La lebbra, rivela SAK, è metafora della sifilide cui i medici applicavano un unguento di mercurio grigio ritenuto efficace sul lungo tempo.

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Il padre Michael

Michael ripara dalla miseria a Copenaghen, presso lo zio merciaio di cui eredita l’attività come il commesso nel primo brano: forse teme di aver contratto la sifilide come la lebbra del secondo? Il sospetto motiverebbe il ritardo in cui conduce la prima moglie all’altare, il senso di colpa per la morte sua, della seconda consorte e dei cinque figli che crede contagiati. Supersiti, perdipiù, Peter Christian rifiuta il bacio alla moglie di cui è acerbo vedovo mentre il fratello Søren allontana l’amata Regine; entrambi inspiegabilmente. I due temono inoltre di delirare nel sonno come forse faceva papà, con cui si coricavano bambini. E giusto nel terzo racconto inserto a Colpevole? – Non colpevole? proprio dormendo David confessa al figlio il suo dissidio. Fuori dalla devozione quotidianamente inscenata, in un sogno agitato il padre rivelò a Kierkegaard l’oscenità di un peccato che ricadeva su di lui? È questa la colpa che lo angoscia? Non la bestemmia del papà in gioventù né le sue nozze riparatrici con mamma Ane, domestica illetterata. Una sospetta sifilide, rilancia Garff, sarebbe la materia oscura di cui il filosofo si libera umoristicamente; raccontando cioè per speculum in aenigmate. Del resto, Søren stesso considera la scrittura «specchio concavo» ed «enigmatica» la sua famiglia.

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Regina Olsen

A Michael, che li crede immolati per sua colpa, Dio toglie cinque di sette eredi. Per questo, Søren accenna forse al genitore, meditando in Timore e Tremore la figura di Abramo. Se al padre biblico sussulta una mano, sacrificando Isacco, la sua fede non è salda né può esserlo quella del figlio. Questi si rivolge fiducioso a Dio se, per estremo amore, Abramo finge invece una crudeltà senza dubbi: come papà Kierkegaard coi rampolli o Søren con Regine Olsen. Il filosofo perdona allora il padre merciaio in grazia di quello celeste. Restituisce le lettere alla fidanzata, incartandoci un liquore, perché odi lui quanto lui la ama da lontano scrittore e non da marito vicino. Posa la sua penna presso Dio. La fede è infine l’unica immediatezza dopo la scrittura e le Scritture, la tortuosità dell’ironia in cui ha proliferato l’Io plurale degli pseudonimi. «Ora giungo a me stesso» dice, senza nemmeno più il tramite dei pastori, da cui rifiuta l’eucaristia.

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Kierkegaard ritratto impietosamente nel 1854

Briga per la libertà di stampa e contro la frequenza obbligatoria in università, il giovane Søren, che ama i libri e teme gli incendi. Si tiene già a distanza di scrittura, raccontandosi con setacciata parola: in SAK cospira sistematicamente alla futura memoria di sé in 26 journaler d’esercizio, non meno esistenziali che inventati. Si è riflesso e riflettuto su ambigui specchi per rivelarsi solo nella maschera. «Io sono un Giano bifronte – annota nel 1837 – con un volto rido e con l’altro piango». Scrivere triangola il ritorno di Kierkegaard a sé e agli altri finché quel transito non diviene meta: bio-grafia, vita sotto la specie della scrittura, che non consente più distinguo tra le opere e i giorni.