Antonio da Trezzo, “spia” del Duca milanese

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Ambasciatore, segretario, spia? Antonio da Trezzo consuma i suoi giorni a Napoli, dove lo accoglie esule la corte aragonese dopo che il duca Sforza lo ha sospettato di tradimento.
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Filippo Maria Visconti

In una lettera datata 1469 a Napoli, dov’è oratore per la Milano sforzesca, Antonius de Tricio giudica «senile» la propria vita. Ma non ha capelli poi così bianchi se, nove anni dopo, la corte aragonese lo invia ancora nella città lombarda per un’ambasceria.

Si colloca attorno al 1420 la nascita trezzese di Antonio che, praticando volgare e latino, siede alla cancelleria del duca Filippo Maria Visconti. Di questi, il successore Francesco Sforza promuove il da Trezzo ambasciatore a Ferrara, perché gli riferisca «tutto quello che si fa e si concerta». Soffiatore di parole, equilibrista tra spionaggio e diplomazia, nel 1452 Antonio guida la delegazione sforzesca che omaggia l’imperatore Federico III in sosta presso la corte estense.

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Francesco Sforza

Col 1455 congeda Ferrara, riabbracciando a Milano la sorella e il fratello Sigismondo, per cui ottiene un modesto impiego. Sforza ricompensa l’ambasciatore con la cittadinanza meneghina, il titolo di «Nobil’Uomo» e l’ufficio per la riparazione di strade e fossati cittadini. Sorvegliando l’efficienza delle vie, il da Trezzo riscuote al 1° agosto un’annuale «medalie» (mezzo denaro) dai responsabili su ciascun tratto. Ma, alla sua fortuna, cresce attorno la maldicenza.

Già nel 1454 gli viene revocata la nomina a ufficiale stradario perché anonimi lo accusano d’essersi comportato indegnamente durante la pestilenza del ‘42. Segretario, Antonio retrocede cancelliere. Eppure, nell’autunno 1455, gli viene affidato di combinare due matrimoni tra il casato milanese Sforza e quello napoletano degli Aragonesi. Intinge lungamente il pane nella loro ospitalità, inviando al duca lombardo un migliaio di dispacci che alle volte compila in alfabeto crittografico.

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Galeazzo Maria Sforza

 

Raggiunto dal fratello Sigismondo, Antonio infittisce il carteggio con la duchessa Bianca Maria Visconti e lamenta il cattivo governo del nuovo duca, Galeazzo Maria Sforza. Nel 1469 questi comanda Antonio perché rimpatri a scagionarsi dall’accusa di tradimento. Non abbiamo prove sufficienti per assolvere o inchiodare il da Trezzo, che rammenta per lettera «i ventidue anni che io ho consumato in servitio de la fedelissima memoria de vostro patre». Accolto dagli Aragonesi, Antonio rivede brevemente Milano solo dopo l’assassinio di Galeazzo. Muore esule.