Giuseppe Baghetti, l’artista artigiano

Intervista a Giuseppe Baghetti, artista della Valverde trezzese che preferisce chiamarsi “artigiano”.
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Baghetti al lavoro

Al settantottenne Giuseppe Baghetti, tra gli «Artisti Trezzesi» dal 1976 al 2010, piacerebbe il dono dell’invisibilità. Rifinisce silenziosamente versi, dialettali o in italiano (riediti con «Sono solo emozioni», 2005); sculture in larice, ciliegio, abete, alabastro perfino. Ma si schermisce alla parola «Arte», che gli pare ecceda il suo «Artigianato» d’ispirazione tutta trezzese: nemmeno vorrebbe essere intervistato, nella «Cà dal Nano» dove vive all’incrocio di via Pietro Marocco e vicolo Ghiaccio. Qui verso il 1923 nonno Paolo Colombo, detto «Cantun» per l’origine famigliare dal Cantone di Bellusco, traslocò l’osteria «della Barchetta» che già gestiva su via Castello. Offriva candeggina e sapone alle lavandaie; ai turisti fino da Monza il «pesce fresco» promesso dall’insegna: vino rosso corposo («spèss») a tutti gli altri. D’inverno, i salami sospesi al soffitto gocciolavano sulle briscole dei giocatori, radunati attorno alla stufa in ghisa. Quando Paolo faticava appresso al noleggio barche, che pure radunò sulla riva trezzese, serviva il bancone la figlia Emma. Appendeva ogni volta sull’attaccapanni il cappello che Pietro Baghetti preferiva tenere all’alzata della sedia per non scordarselo, finché i due non scambiarono a riguardo la prima di tante parole. Dal loro matrimonio, nacquero su via Guarnerio: Nando (1934), Rita (1940) e tra questi Giuseppe Baghetti detto «Pepino», il 13 dicembre 1936.

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L’osteria della Barchetta su via Marocco

Papà Pierino, orfano della Grande Guerra, aveva coltivato le letture e la timidezza nel collegio della natia Piano Porlezza (CO). S’impiegò poi negli stabilimenti metallurgici (via Trento e Trieste) e siderurgici (via Guarnerio), promossi a Trezzo dal cugino Italo Baghetti. Durante la guerra Rosetta, una delle due centraliniste per le linee paesane, gli dava telefonico annuncio di piccolo, grande o cessato allarme; e toccava a Pierino suonare la sirena anti-bombardamento. Il bancone aveva invece allenato alla giovialità mamma Emma, che vinse persino una gara di voga indetta negli anni Venti dall’industriale Emilio Crespi.

Proprio l’Adda, dove ormeggiava la barca battezzata «Anny», resta la musa di Giuseppe Baghetti. Sa quanto il fiume sia donna, usandole col remo la stessa carezza delicata ma decisa che dà alla tela e al legno quando impugna sgorbia o pennello. Già ragazzino, remava per i clienti sui tredici legni locati dallo zio Carlo «Cantun», di cui apprese la manualità artigiana nell’accomodare barche o intagliare remi. Quegli scafi avevano nomi sentimentali (Fausta, Ornella, Adele, Liliana) o selvatici (Bisbina), targati con la sigla zonale 6L seguita dalla matricola.

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Peppino rema l’Adele sull’Adda

L’Aurelia era la preferita dell’architetto Antonio Carminati, che Baghetti scortava nella pesca fino ai prati di Cerro. Della flotta Colombo, tre barche raggiunsero persino Venezia, navigando il Po: Carla, Ines-Valverde e Intrepida.

Il tornio di Giuseppe Baghetti

Panna, limone, cioccolato. Undicenne, Peppino pedalava il triciclo da gelataio di Attilio Cazzaniga che teneva latteria su via santa Caterina, nutrendo diversi maiali con gli scarti caseari. Grembiule bianco e bianco il cappello, Giuseppe Baghetti avrebbe dovuto suonare tanto di trombetta per allertare i clienti, specie nelle cascine; salvo vergognarsene. Cavava i tre gusti da una sorbettiera avvolta in ghiaccio, sale e juta, per farne coni da 5, 10 o 20 Lire: 30 ne costava il bicchierino, sempre in cialda. Ma erano più gli assaggi concessi gratis. Si accampava allo scalo-merci della tramvia «Gamba de Legn» o fuori la parrocchia dopo «dutrina» (catechismo). Peppino preferì poi raggiungere il fratello Nando a cascina Stucchi dove, di quel cognome, Arturo cerchiava a caldo le ruote raggiate in legno per i carri; subito bagnandole perché non bruciassero. Giuseppe Baghetti ha un’intelligenza con le mani. Scolpisce e verseggia ancora come zio Carlo intagliava un remo o Stucchi accomodava carretti. Trovò nel tornio un mezzo di compiuta espressione, impiegandosi quattordicenne alla ditta milanese Caggia, che provvedeva macchine da caffè infuse a leva.

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Baghetti, tifoso Tritium (Foto Rino Tinelli)

Si formò allora presso l’Esperia di Bergamo salvo perfezionarsi dieci anni ai torni dell’Alfa Romeo, dove provvedeva dettagli di motori e carrozzeria. Nel 1970 si mise in proprio col fratello Nando nell’officina di casa. Qui Peppino si china ancora sul tornio, parallelo o automatico, con la stessa devozione in cui i pianisti si mettono alla tastiera. Ne ottiene alcune tra le sue opere d’intaglio. «Mi piace di più quello che non so eseguire – spiega, cimentandosi al lavoro che è anche il suo hobby – in dialetto, il verbo giusto è “nudrigà”: fare, disfare, rifare».

I materiali sfidati da Giuseppe Baghetti sono le parole della poesia; il larice, l’abete o il ciliegio scolpiti con la sgorbia di zio Carlo «Cantun»; la pietra serena e l’alabastro in cui pure si cimenta. Ma l’artista, che preferisce dirsi artigiano, lavorò una materia anche più capricciosa: il tempo. Ridisegnò un’antica meridiana, al convento carmelitano di Concesa, facendo lo stesso in casa Bassi su via de’ Magri: ne provvide una in marmo al castello di Trezzo (2000) uguale a quella che ha dipinto sul suo terrazzo. Peppino partecipò variamente alle esposizioni indette dagli «Artisti Trezzesi», di cui fu segretario: biennali, mostre a tema, su carta o per la Settimana Biblica cittadina.

4 risposte

  1. Severino Bassin

    A una persona stupenda ,un uomo , all’artista , sono onorato di aver avuto la sua amicizia. Grande Giuseppe poeta e artista ,di nuovo ringrazio della amicizia concessami.Severino

  2. Fabrizio Camoni

    Ho avuto il piacere di conoscerlo qualche anno fa per via della Tritium.
    Ho subito individuato le sue doti di persona sensibile, alla mano, sincera, umile, davvero speciale.
    Piano piano da conoscenti e “tifosi” , siamo diventati amici, e le volte che non veniva
    in “trasferta” al Brianteo, mi mancava.
    Per fortuna siamo vicini di casa, ed appena mi è possibile, passo a salutarlo, per scambiare insieme qualche pensiero.
    Sono certo di affermare che Peppino sia infinitamente innamorato della sua Trezzo.
    Le sue preziose opere lo confermano, ed io lo ringrazio, per la sua preziosa amicizia.

    Fabrizio

  3. FEDERICA GRANDI

    Grande Pepino, mi ha fatto piacere vederlo chiaccherare infervorato lui e il mio papà Bruno, davanti al suo tornio in una delle ultime visite qui a Trezzo!

  4. […] Questa genealogia Colombo è distinta dal soprannome «Cantum», ricalcato sulla loro provenienza da Cantone in Bellusco. Un ramo della famiglia gestiva un noleggio barche lungo il fiume Adda; inizialmente insieme ad un’osteria «della Barchetta» sul rione trezzese Valverde. Ne era fondatore Paolo Colombo fu Carlo (1879-1948) della genealogia Colombo «Cantum». Rastrellava l’erba d’ingresso alla centrale «Benigno Crespi» di Trezzo e, turnando, riusciva a stringersi in vita il grembiule da oste accanto alla moglie Giuseppina Pozzi fu Celeste. Trasferita da via Castello a via Marocco, l’osteria porticava l’affaccio interno dove apparecchiare la «specialità pesce» che l’insegna prometteva perlopiù ai forestieri. Nelle fatiche di bancone, assisteva il padre vedovo la figlia Emma Colombo, poi sposa ad un Baghetti. […]