Nonna Agna: fiaba genealogica

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Come raccontare la provenienza ai bambini? Una fiaba genealogica spiega il ciclo dell’acqua e insieme lo stupore del giovane mare davanti a nonna Montagna.
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Opera di Giovanni Brambilla

Ieri ho trovato una foto di nonna Agna. Siccome è anziana, sta seduta senza muoversi granché. Si capisce comunque che è molto alta per la sua età. Ha le pantofole grigie, il grembiule profumato di pini e i capelli bianchi come la neve. Ho chiesto a papà se posso andare da lei, l’anno prossimo. Ma ha mormorato soltanto che nonna abita troppo lontano. Quando in spiaggia giochiamo a rincorrerci, io e gli altri bambini, alcuni tra loro dicono di conoscerla: che sembra severa e silenziosa ma poi sfama tanti animaletti senza tenerne uno in gabbia. Mi piacerebbe incontrare nonna. E’ la mamma del mio papà, che spesso mi dice: «Tu hai preso molto da lei. Dovresti ringraziarla». Boh. Sarei curioso di capire cosa ho preso da Agna se non sono mai stato a casa sua e, anzi, per me è quasi una sconosciuta. Ho solo quella foto, in cui forse trattiene il respiro mentre un fotografo gliela scatta. Guardandola, non so decidermi se è una nonna vicina o lontana.

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Opera di Giovanni Brambilla

Papà conosce la strada per raggiungere Agna. Ripete che è troppo faticosa, in salita, per me che sono così giovane. Tentai di andarci da solo, una volta. Mi sono alzato di notte, senza avvertirlo. Ho percorso a piedi scalzi l’asfalto dopo la spiaggia. Ma non ho potuto proseguire oltre case, persone che mi guardavano a bocca o finestre spalancate. Papà aveva ragione. Il buio è pieno di cantine e tombini in cui cadere. Ero più spaventato che curioso, alla fine, e mi sono ritirato verso casa. Portavo un po’ di conchiglie da regalare a nonna, che non mi ha mai visto ma dicono abbia l’azzurro negli occhi come me. Forse ho preso da lei proprio questa cosa, per cui dovrei ringraziarla: un colore? Strano. Io non ho rubato l’azzurro da sopra il comodino di Agna, che magari il comodino mica ce l’ha. E nemmeno lei mi ha incartato quel colore per un compleanno. Se non è un dono né un furto, come fa ad essere mia una cosa così sua come la biglia celeste degli occhi? Anche papà li ha così, dietro le palpebre, ma gli scuriscono quando piove.

Prima di chiedere a lui, mi sono schiarito voce e idee, lasciando affondare tutto il resto. «Vorrei ringraziare nonna Agna – gli spiegai – per l’azzurro che non è mio o suo ma nostro. Posso andare da lei?». Mio padre è un fiume sempre di corsa e, per la prima volta, parlandomi rallentò. «Mare – mi carezzò, chiamandomi per nome – a te piace giocare da solo?». Gli dissi un no fatto d’acqua. «Non ti piace perché le cose belle si moltiplicano solo dividendole con gli Altri cui vuoi bene – proseguì in un liquido sorriso – Io non ci sarei nemmeno, se non scorressero in coro con me i fratelli torrenti, gli amici laghi, le sorgenti chiacchierone. L’acqua che non sia mia o tua ma nostra, Mare, è la più limpida. Se lo hai capito, certo che puoi andare da nonna Montagna!». Mentre lui riprese a (s)correre, io levigavo i sassi sulla riva, cercando il momento migliore per partire.

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Irlanda (Foto Francesco Perlini)

Sole e io siamo buoni amici. Giochiamo insieme, specie quando le nuvole pascolano altrove. Lo disegno sull’acqua, più grasso di quanto non sia, o gli rilancio specchiati i raggi che mi tira. Chiesi se stavolta poteva intrecciarli in corde più robuste perché, legandomi, salissi a bordo con lui. Accettò ma, al primo tentativo, ero troppo pesante per issarmi. Rinunciai a portare le conchiglie con la mia voce registrata, il sale e i cocci di bottiglia arrotondati; anche se erano tutti regali per nonna. Mi arrampicai goccia a goccia sui raggi di Sole e, quando fui in cima al cielo, aspettammo su una nuvola che arrivasse Vento. E’ un bravissimo musicista. Suona i boschi come flauti e improvvisa con me il brano delle tempeste. Ero talmente stanco per la scalata che, mentre lui mi parlava di Beethoven, caddi addormentato nella nuvola. La portò soffiando sopra Montagna, e se ne andò. «Grazie, Sole e Vento! – urlai svegliandomi – Non avrei mai navigato fin qui senza di voi, coraggiosi capitani dell’aria».

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Carona (Foto Alessandro Wegher)

Vestita di pini coi piedi nella pietra, nonna Agna non sembrava mi aspettasse. Scesi nevicando tra le sue braccia: mi sentivo antichissimo e bambino, come se avessi viaggiato nel tempo più che nello spazio. Trovai me stesso prima di me. Ecco gli occhi azzurri: da quel ghiaccio nascerà il fiume da cui sono nato io. Parlammo, io delle mie profondità e lei delle sue altezze. Mi additò mio padre, ruscello ancora piagnucolone. La nonna è più bella che in fotografia. Artisti ed esploratori l’ammiravano con le dita a visiera sopra lo sguardo, tendendo la prima mano in una posa che è già di preghiera se la si unisce alla seconda. Ma Agna è più alta dell’incenso che sale in chiesa. Certo, chi le arrivi in cima è più alto di lei ma le sue nevi sono senza impronta. Nonna si sciolse infine i capelli bianchi perché diventassero l’acqua su cui scendere con papà fino alle mie spiagge. Chissà se stavo partendo o tornando. Mi salutò. Prima del viaggio io ero solo ed ero solo io. Nuvola o fiume, vapore o neve, sono più di me ora che ho incontrato gli Altri.