Jacopo da Trezzo, orefice e medaglista

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 In una ricerca biografica (scaricabile qui) ricapitolo la biografia di Jacopo da Trezzo, che perfezionò il taglio del diamante e diede del tu a Filippo II. Eccone un estratto.
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Jacopo da Trezzo
Nota dell’autore

La critica lucida di continue lusinghe l’opera di Jacopo da Trezzo senza dire mai come e perché medaglie, cammei o cristalli concludano le sue dita artigiane. Studiosi distratti dal luccichio fraintendono il nome dell’artista, battezzato nel 1510 Giacomo (e non Jacopo) al fonte trezzese: o gli rifilano per padre un pittore della famiglia Santi. Scossi dalla polvere, documenti inediti hanno ricollocato l’artista tra mamma Caterina Mazza e papà Gaspare Nizzola, di cui resta presto orfano. L’officina famigliare, la peste del fratello Imolo, l’abbraccio di Francesco (il fratellastro cristallaio), i debiti a Milano dove trasloca tre volte, una figlia, la domestica fiorentina Elisabetta Bonacina cui sorride malgrado il piede gli dolga tanto. Questa messe d’archivio restituisce umanità a Giacomo, che smette d’essere i suoi cammei. «Ginolo!» lo chiamano fuori dal silenzio le calligrafie notarili della nativa Trezzo, dove i terreni presso San Martino li vende prima di ricapitolare a Milano la propria attività. I patti col discepolato e le alte committenze spagnole lo allenano «scultore del re», intimo ormai di Filippo II fino a stringare il cerimoniale: certe volte litigano. E barba, capelli se li tagliano allo stesso modo. Li affratella la devozione, specie alla Vergine, che Giacomo calca nel testamento disponendo cospicui lasciti ai luoghi pii. In crescendo, la maestà cattolica gli concede il venerdì del mercato trezzese (1566), il protettorato sugli ebrei milanesi (1567) e una pensione annua (1568).

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La famiglia di Jacopo da Trezzo

A Trezzo non tutti i Nizzola calpestano terre proprie o lavorano quelle altrui, sperando di diventarne massaro. Una parte della famiglia briga nella bottega artigiana dove i giovani aspirano ad un più alto titolo: quello di magister. Chi lo consegue guadagna reverenza nell’ambito corporativo, ha facoltà di accettare commissioni in proprio e può dirigere l’attività. Il magister è latinamente più (magis) degli altri cui insegna o presta l’arte come il ministro è meno (minus) degli altri che serve in qualità di pubblico funzionario. Cosa poi congedasse la bottega Nizzola è difficile dire; forse opere di pennello, intaglio e piccola oreficeria. Non lo svelano gli atti notarili che, però, assegnano l’appellativo di magister in ordine a Giovanni Nizzola, Gaspare Nizzola e Giacomo Nizzola: rispettivamente prozio, padre e figlio succedutisi nella conduzione dell’impresa famigliare col contorno di fratelli e nipoti. Nel 1529 i primi due risultano già defunti, non lasciando a Giacomo che il piccolo fratellastro Francesco. Questi lo chiama «Ginolo» finché, trapiantato a Milano, Nizzola non entra nelle grazie di Filippo II.

Jacopo da Trezzo a Milano
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Filippo II

Quello del 1529 è l’inverno più freddo in casa Nizzola: avanti il camino Giacomo rimane forse col patrigno e il fratellastro Francesco a parlare di come sarebbe bello andarsene dalla terra che copre Gaspare, Caterina, Imolo. Magari per maturare altrove l’arte ricevuta. Trasloca presto a Milano, dove non possiamo escludere bazzichi già qualche bottega orafa. Conquista i suoi 20 anni abitando nella parrocchia meneghina di Santa Maria Beltrade a Porta Vercellina e, quasi per certo, Francesco lo raggiunge. Può ormai amministrare la propria quota d’eredità materna. E giovedì 25 maggio 1531 rivede a Trezzo il notaio Niccolò Andrej, che ancora lo chiama Ginolo, solo per vendere 8 pertiche di terra a Giacomo e Alessandro Maffoli: i figli di magister Stefano. Si disperde così il latifondo che la madre aveva dilatato a nord di Trezzo.

Jacopo da Trezzo compie col fratellastro Francesco la tradizione artigiana che vale ai loro padri l’eccellenza di magistri. I lutti e la vendita lo sciolgono da ogni vincolo trezzese, consegnandolo al fervore delle botteghe milanesi già nel 1531. Abita vicino via degli Orefici, al cui patrono (Sant’Eligio) il duomo vota una vetrata nella nave meridionale. La critica riconosce sullo stile di Giacomo incisore l’ascendente di Leone Leoni (1509-1590) che approda però troppo tardi a Milano per essergli maestro. Ad escluderlo, secondo Babelon, è anche il tono del carteggio che i due intrattengono «d’égal à égal»: senza sottendere un discepolato di Giacomo presso Leone, che anzi lo appella «Molto mag(nifi)co s(igno)r mio oss(ervatissi)mo» in una lettera milanese del 2 aprile 1583. Sono questi gli accenti dell’amicizia che l’autore francese sospetta nasca già durante un improbabile praticantato dei due alla stessa bottega. Quale fra le tante Ginolo frequenti mentre la gente smette di chiamarlo così, è difficile dire: magari l’officina milanese dei Miseroni, cui resta legato a doppio nodo. Nella sua bisaccia ha gli strumenti presi da casa Nizzola e l’abilità di usarli. Ma il silenzio degli archivi tra il 1531 e il 1540 lascia supporre che affianchi qualche mastro meneghino prima di esporre sulla via un’insegna propria.

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Santa Maria Beltrade, Milano

Nel 1540 lo ha già fatto. Dalla parrocchia di Santa Maria Beltrade in Porta Vercellina, dov’è forse a bottega, Jacopo da Trezzo trasloca verso Porta Ticinese presso la parrocchia di Santa Maria al Cerchio. Apre qui i battenti dietro cui vive e lavora insieme. Lo sappiamo dai «Pacta» convenuti mercoledì 12 maggio 1540 tra Giacomo e il giovane Alessandro de Congis, che il padre Giovanni Ambrogio accompagna. Dal primo del mese («in kalendis mensis may proximis preteritis») il ragazzo, abitante alla parrocchia di San Sempliciano in Porta Orientale, chiama «maestro» il Nizzola che gli insegna «artem intaliandi lapides preciosos, camainos ac vasa diversarum sortium ex lapidibus ut supra»: il mestiere cioè di intagliare pietre preziose, cammei e vasi di varie fogge negli stessi materiali.

E’ questa la prima esplicita descrizione dell’arte esercitata da Jacopo da Trezzo, che non conosce ancora il conio delle monete in cui eccellerà. Terrà il giovane con sé per cinque anni, facendolo lavorare «etiam aliquando de noctu» (certe volte anche la notte) se i tempi di consegna lo richiedano. E, qualora Alessandro cada in ozio o malattia, l’assenza dalla bottega verrà recuperata dopo quel quinquennio. Giacomo inizia l’allievo al mestiere dell’orafo, assecondandone l’ingegno («iuxta eius posse»), e ne paga la permanenza in casa propria più un compenso totale di 100 Lire imperiali. Gliele deve in due consegne al terzo e al quinto anno, purché Alessandro si comporti «fideliter et legaliter bona fide sine fraude»: secondo fiducia e onestà, senza quelle furbizie che una multa di 25 scudi lo scoraggia dal tentare. La stessa che sanziona ogni eventuale disobbedienza al contratto, stilato dal notaio milanese Giovanni Antonio Crivelli.

 Jacopo da Trrezzo, il viaggio in Fiandra e a Londra

Nizzola abbandona l’anonimato delle vie milanesi e gli spagnoli con le gorgiere bianche lo pagano per effigiarli, rigidi e astratti, sulle medaglie. Eseguirne significa firmare ritratti di rappresentanza che capita gli uomini portino sul cappello e le donne a guarnizione dell’abito. L’antichità romana ispira la gloria in cui i committenti figurano su un lato mentre l’altro narra in allegoria le loro virtù. Giacomo riesce specie in questo, descrivendo paesaggi con pazienza d’orefice. È insomma l’uomo giusto per rappresentare la grandezza di un monarca. Viene così chiamato alla corte imperiale di Bruxelles nel dicembre 1553, dove ritrova Filippo II, lasciando il fratello nella Milano che rivedrà solo 21 anni dopo. Il principe dimora in Fiandra per la seconda volta. Jacopo da Trezzo ne diventa confidente e l’imperatore padre Carlo V lo aggrega alla nuova delegazione che concerta l’offerta nuziale di Filippo presso la corte inglese.

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Maria Tudor, ritratta dal Nizzola

Da Trezzo a Milano, da Milano a Bruxelles, da Bruxelles a Londra. Nizzola vi sbarca nel marzo 1554, recando gioie «di inestimabile valore» alla regina Maria, che sposa Filippo a Winchester il 25 luglio dello stesso anno. L’artista ne celebra il connubio con due medaglie di bronzo i cui mezzibusti si trovano uniti in variante anche sulla stessa moneta. Riprende la regina dal ritratto di Eworth; allegorizza sul retro la Pace che, issando la palma con l’ulivo, incendia armi e aizza tempeste contro i nemici dispersi. Attorno le corre il motto «CECIS VISUS TIMIDIS QUIES» che reclama la vista agli accecati dall’ira e placa i cuori timorosi. Al vescovo di Arras, Giacomo provvede in argento la moneta, accompagnata da una lettera (1554). Entro il Natale di quell’anno, ha già pulito tre medaglie simili e si propone al servizio dell’episcopo, benché Filippo II lo impegni nei conii londinesi.

Il testamento di Jacopo da Trezzo

Nel 1587 il tabernacolo dell’Escorial esibisce ben due firme di Jacopo da Trezzo, che ha compiuto l’opera in sette anni, ricevendone dal re un’ulteriore gratifica di 1500 ducati aurei. Si placano i carteggi d’ordinazione e casa sua è meno chiassosa. L’artista s’incammina agli ottant’anni con l’incedere affaticato di chi, già il 10 dicembre 1585, lamenta di non potersi muovere da sette giorni per via del piede dolorante. Ratifica il 20 febbraio 1586 il testamento già datato 2 febbraio 1580 davanti al notaio Juan Perez Herroa, ripartendo più tra i luoghi pii che tra i parenti le proprie infinite sostanze. Il suo spagnolo è talora sfuocato. L’età calca la stanchezza e la devozione, specie alla Vergine. La morte lo visita d’improvviso il 23 settembre 1589, come recita il libro mastro dell’Escorial: «Fallecio Jacobo de Trezo en 23 de septiembre de 1589». L’ambasciatore Giovanni Kevenhüller, che Nizzola ritrasse in medaglia, notifica la scomparsa all’imperatore Rodolfo precisando che Clemente Birago sostituisce già l’artista di cui è genero. Giacomo viene sepolto nella sua parrocchia madrilena, San Martino, dove la guerra civile spagnola ne ha disperso le spoglie.