Santissimo Sacramento: la confraternita più longeva

La confraternita del Santissimo Sacramento, ormai estinta a Trezzo, vestì in bianco e rosso i sodali dal Cinquecento fino alle soglie del Duemila.
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Confratelli del Santissimo, Trezzo

«Antiquissima» disse Federico Borromeo, nel 1609, la Scuola dei Poveri che Trezzo intitolò a Sant’Andrea, patrono dei pescatori non solo sull’Adda. Pietro Grimaldi volle l’ente caritativo capeggiato da due anziani e un cancelliere con carica annuale. Ed è il più antico che si nomini a Trezzo. Di più sappiamo circa la confraternita del Santo Rosario, eretta nel 1586 a Trezzo dall’abate Gregorio da Vimercate. In un trentennio scarso raccolse 800 consorelle e 600 sodali maschi impegnati nelle festività mariane. Ma tra le navate della parrocchia una terza congrega alzava il suo stendardo: quella del Santissimo Sacramento, confermata nel 1584 ma fondata assai prima. Nel 1609 aveva 450 uomini iscritti e altrettante donne. Raccoglievano la questua in un forziere a due chiavi. Ne affidavano una al parroco e l’altra al priore della congrega, rinnovato ad ogni Pentecoste.

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Allegoria eucaristica, cucina all’altezza del cuore

La fraternità del Santissimo, chiamata in dialetto «scöla», fu la più longeva. A vestirne l’abito, una mozzetta rossa («ruchètt») sopra una bianca tunica, erano ancora 187 scolari sul cadere dell’800. Tra loro si contava il padre di Mario Caccia detto «Cépp», nato trezzese nel 1909, anch’egli iniziato alla compagnia eucaristica e calato da poco nella tomba con lei. Fu uno degli ultimi effettivi affiliati della «scöla», la cui continuità affidò all’amico Livio Ponzoni. «Entrai nella congrega del Santissimo, di cui mio padre fu priore, nel 1930 – ci raccontò Mario – e acquistai a spese mie la candida veste che indossai durante la preparazione; finché con altri 35 aspiranti ricevetti al Corpus Domini il “ruchètt” donatomi per mano del prevosto». Sulla mozzetta era cucita, all’altezza del cuore, una medaglia che le consorelle (le «crociatine») recavano al collo con un nastro rosso.

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Una processione trezzese esce da Porta Santa Marta, annunciata da Gaetano Comotti, inviatore della confraternita votata al Santissimo Sacramento

A completarne l’abito era un velo nero sul capo mentre quello maschile comprendeva guanti bianchi e un cordone in vita che cadesse i lembi a lato. Impegni dello «scülar» erano accostarsi spesso alla comunione, recitare l’officio mariano e il vespro nelle festività (come i figli di San Rocco e Marta), garantire il decoro della chiesa e il viatico agli infermi. C’è chi li ricorda in parrocchia spiegare la via Crucis ai bimbi. Vi erano preparati. Già nel ‘600 il priorato trezzese di San Bartolomeo ospitava del resto una scuola della dottrina cristiana per adulti, avviata anche a Concesa. Qui, divisi da un telo, uomini e donne ascoltavano il parroco che cimentava persino i bambini in piccole dispute teologiche.

La congrega del Santissimo: “scuola” che cimentava i contadina nella meditazione
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Gaetano Comotti, Inviatore del SS. Sacramento

Gli incarichi degli «sculàr» del Santissimo venivano ridistribuiti ogni gennaio in una «conferenza» annunziata dalle campane e separata per maschi e femmine. Il cancelliere ne redigeva le liste, il tesoriere riscuoteva la quota annuale. Il regolatore, carica preclusa alle donne e assorbita a Trezzo dal priore, presiedeva le processioni, l’infermiere confortava l’affiliato malato. E a quello morto le crociatine avrebbero sgranato la terza parte del rosario mentre recitavano i compagni tre Notturni e una Lode. Un ufficio annuale rinfrescava il ricordo dei sodali scomparsi il cui funerale, benché di terza classe, era gratis e con tanto di suffragio. Tutti venivano inumati con tunica e mozzetta.

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Allegoria eucaristica, cucita all’altezza del cuore

Ogni terza domenica del mese la congrega del Santissimo, confessata, scortava dall’altare maggiore al sagrato l’eucaristia sotto a un baldacchino. Proprio durante il rito delle 10.30. Compiva quindi un circolo e rientrava. Le processioni del Corpus Domini e delle Palme erano le più fastose. Almeno quanto quella (mattutina) di San Gaetano, patrono trezzese deposto dalla Madonna Pellegrina solo nel 1948. Minimo ero il corteo per l’Ottava del Corpus Domini, che giungeva a Piazza Nazionale e ritornava subito in parrocchia. Apriva ogni apparato «l’inviaduu», affiliato con un bastone cerimoniale sulla spalla. Lo seguivano i solenni stendardi della confraternita con l’ostensorio da un lato e dall’altro San Gaetano.

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La prepositurale di Trezzo

I sodali vdel Santissimo egliavano anche l’ostia consacrata durante le Quaranta Ore d’Adorazione. Gli uomini stavano in piedi all’altezza della prima panca drappeggiata di rosso, cui in verità era fissato il «bastum da l’inviaduu» che sembrava reggessero. L’unica imposizione per le crociatine, ritte o sedute, era invece di non abbandonare il tempio. Lunedì e martedì s’alternavano alla veglia i contadini che riservavano la domenica agli scolari operai, in fabbrica durante la settimana.