L’arte del sarto, quando tagliava anche i capelli

Tagliato per essere sarto. Riprendiamo il filo cucito da Ciocca, Fumagalli, Bonfanti e Giuzzi: quando le stesse forbici servivano abiti e capelli. Il cliente faceva un giro su se stesso: al sarto Ciocca bastava quello per proporzionare l’abito.
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Foto Paolo Lentini

Dalla ruota milanese di santa Caterina, dove ignote mani lo lasciarono con una carta da gioco per riconoscimento, Giovanni Giuzzi raggiunse Trezzo nelle mani note dei Minelli detti «Ciôm». Sedette alla loro tavola fino a sposarne una commensale, Rosa Minelli. Nato nel 1927, Luigi Giuzzi[1] ebbe breve tempo per chiamare «nonni» Rosa e Giovanni, incoraggiato com’era dal maestro Dalla Porta allo studio cui pareva tanto vocato. Ma la famiglia non aveva di che comprargli le scarpe per andare da cascina Figina, dove abitava, alle scuole di Bergamo città. Lo inviarono invece a bottega dal futuro cognato Giulio Bonfanti detto «Mas’cett» (1914-1974), che faceva il sarto nella penultima corte mancina di via Appiani 9[2] (la contrada «Runchètt»). Era il 1939.

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Giulio Bonfanti, sarto “Mas’cet”

Nel locale tramezzato alla cucina stavano due macchine da cucire Necchi, il bancone e certi ferri da stiro a carbonella o da arroventare sulla stufa. «Io non vi insegno il mestiere: siete voi che me lo dovete rubare» spiegava Giulio, tagliato per fare il sarto, ai cinque apprendisti chini sul «sol cucire» che alle volte erano pure sette. Con le brache corte, i ragazzi irrobustivano le cuciture interne agli abiti e, in bici, li consegnavano finiti ai clienti del dintorno. La destra reggeva il manubrio mentre, avvolto in una «bandina» di stoffa, il vestito era retto sull’avambraccio sinistro; salvo cadute. Gli apprendisti tenevano per sé le mance, domenicali del Bonfanti e più rare dai clienti, cui occorreva anzi rammentare il nudo conto: «I debiti giovani ancora non si pagano – dicevano – quelli vecchi non si pagano più».

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Foto Ansa

Il sarto provvedeva lo stile classico per il signore e la signora, che lo stile fantasia poteva chiederlo solo alla sarta. Con tanto di fodere, ognuno recava al bancone la stoffa già acquistata, ricca e consistente perché vestisse nel tempo. Ordinare l’abito scandiva l’anno o la biografia: Natale, Pasqua, Comunione, Cresima, Matrimonio erano le date di consegna più frequenti. Gli sposi chiedevano entrambi doppio vestito, d’altare e da viaggio. Il podestà Dante Rolla pagò 150 Lire il solo taglio di una confezione, cui sommare le «spedizioni»: filo, bottoni, ovatta per irrigidire le spalle.

In economia e resistenza, le lane erano preferite insieme a fustagno e velluto: il cotone blu solo per le tute da officina. Pantaloni a bretella per i «benportanti» che, a chiamarli «panciuti», si offendevano: raro spacco sul retro della giacca, tasca unica al posteriore dei pantaloni che il sarto si rassegnava pure a rammendare. Anche se, di rattoppi, non ne faceva. Taglio, numero dei bottoni, altezza-orli erano estratti dalla rivista milanese «Moda Maschile» sul gusto del cliente. Dalla prima vertebra alla vita e oltre, fino in terra, le misure gli venivano prese proporzionali: cavandone cioè per formula matematica quelle dell’abito perfetto. A circa due mesi di calendario se ne combinava la prova prima che fossero chiusi gli orli ancora imbastiti a spilli («gugétt»).

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Foto Ansa

Per proporre taglio in proprio delle stoffe, Giuzzi frequentò la scuola sartotecnica milanese di cui anche Bonfanti aveva incorniciato il diploma. Esordì l’attività lui pure in casa, col 1949, entrando a destra nella «curt di Balanétt»: il cortile su via Dante cui restò contagiato il soprannome di una famiglia Colombo; proprio in fronte alla panetteria Pirola, spigolo d’accesso a villa Crivelli. Sulla stessa via, affacciò più tardi negozio accanto al fruttivendolo Crespi detto «Luisa». Ma, al chiudere di molti sarti, si aprivano allora rivendite di «abiti-fatti» che diedero il soprannome ai Fumagalli: per primi, infatti, proprio loro ne proposero ai Trezzesi tra via Torre e piazza Crivelli[3].

Giuzzi vide contrarsi la domanda a pochi esuberanti come quel figlio dei fiori che gli comandò un cappotto fuori misura: «Devi farmene uno che non mi vada bene, trasandato». Nel 1972 passò alle confezioni per signora; senza trascurare la propria, Rachele Maria Ciocca, per cui orlò oltre cento tailleur.

Il nonno Ciocca “tagliato” per fare il sarto
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Giuseppe Ciocca fu Luigi

Anche Maria, come preferisce chiamarsi, era del resto nipote d’arte. Suo nonno Giuseppe Ciocca fu Luigi detto «Buchina» usava le forbici su piazza Crivelli ancora nel 1904 per tagliare stoffe e capelli, da buon sarto barbiere[4]. Proprio dirimpetto alle scuole. Capitava che i contadini chini sul terreno lo scorgessero passare: appoggiati alla vanga, gli chiedevano a buona voce se avesse il tempo di cucirgli un abito buono. Giuseppe, accennando di sì, gli rispondeva che facessero un giro su loro stessi. Non gli servivano altre misure. E, siccome non aveva familiarità con l’alfabeto, riconosceva le stoffe clienti per un geroglifico che ci disegnava sopra riferito al terreno dove il contadino aveva urlato.

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Cesare Ciocca e Carola Pozzi su via Dante

Passò le forbici al figlio Luigi, che se le portò nel negozio di via santa Marta 12, sempre a doppio taglio d’abito e criniere. L’altro nato di Giuseppe, Cesare Ciocca (1899-1995), non soffriva invece di mettere le mani nelle (s)capigliature contadine. Preferì apprendere da Luigi Pirola, su via Torre e poi al 17 di via Jacopo (l’oggi piazza Figini), il mestiere di zoccolaio. Ne intagliò lungamente su via Dante, severo e longevo quasi quanto la centenaria moglie Carola Pozzi.

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Cesare Ciocca

Durante le vacanze scolastiche, molti ragazzi lo assistevano nell’artigianato, che poi congedò tentando il commercio di scarpe su due anguste vetrine. Tra quei giovani di braca corta Vittorio Riva[5] ricorda quando rincasava coi chiodi («sumensétt») in bocca e in saccoccia il legno d’avanzo per cavarne carretti di gioco. Per salutare il «Bunchìna», uscendo, qualche chiodo lo ingoiò pure. E finì dal dott. Pampuri.

(Da Ditte e Botteghe del Novecento a Trezzo, ivi 2012)

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[1] L’intervista a Luigi Giuzzi data 10 marzo 2012.

[2] Cfr. Scheda Unione. L’attività è censita fin dal 1937. Di Giulio Bonfanti, il secondogenito Roberto prosegue egregiamente l’arte. Mentre Luigi Giuzzi venne avviato alla sartoria, suo fratello maggiore capitò apprendista presso cascina Stucchi, in località «Misclech», al confine busnaghese di Trezzo: qui Agostino Stucchi costruiva e accomodava carri, subito tuffando in acque le ruote lignee di cui forava a fuoco la posizione dei raggi.

[3] Cfr. Scheda Unione. Nel 1904 Carlo Fumagalli fu Lodovico è sarto barbiere al civico 6 di via Torre, salvo proseguire solo la prima attività con Giuseppe Fumagalli e il figlio di questi, Angelo. La famiglia «Abitifatti» prometteva prezzi mitissimi e taglio moderno già sulle reclame del 1910.

[4] Cfr. Scheda Unione. Col famigliare Antonio Ciocca, Giuseppe fu anche vetturale per il 1911: imparò il mestiere con Guido Ciocca che, negli stessi anni, è citato lui pure su piazza Crivelli.

[5] L’intervista a Vittorio Riva data 10 marzo 2012.