Rossi e Rolla: a Trezzo, la collina dei fratelli

    Rossi e Rolla: due coppie di fratelli decidono il volto del promontorio trezzese. Ai soldati succedono i tagliapietre, ai tagliapietre gli imprenditori
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Il promontorio trezzese (Foto Mario Donadoni)

Il liquido confine. Dal 1797 l’Adda non demarca più il Ducato milanese dalla Repubblica veneziana: entrambi depongono le insegne ai piedi di Napoleone. E, alto sul fiume, il castello di Trezzo viene militarmente dismesso. Ai soldati succedono i tagliapietre, ai tagliapietre gli imprenditori, che decidono il volto odierno del promontorio. Qui si estrae una puddinga chiamata «ceppo d’Adda»: rustico, mezzano o gentile a seconda dei sassi che ha naturalmente imprigionato. Fino al 1890 cavano sulla penisola trezzese i fratelli Borromeo, già proprietari in paese dell’ex-oratorio votato a Santa Caterina. I fratelli Rossi da Vaprio sospendono invece l’estrazione appena il Prefetto li diffida: «perché potrebbe compromettere seriamente la sicurezza della navigazione e della viabilità».

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Il promontorio trezzese (Foto Mario Donadoni)

«Sciur Toni» e «Sciur Pep». I capomastri Antonio (1844-1927) e Giuseppe Rossi (1850-1925) sono menti pratiche, intelligenze con le mani. Riarticolano l’attività familiare, che tiene sede a Vaprio sull’attuale via XX settembre, versandosi specie in edilizia industriale e opere idrauliche. Curano a Fara d’Adda il cantiere del Linificio Canapificio Nazionale (1871) e l’ampliata cartiera Binda di Vaprio (1888), dove li affianca il fratello ingegnere Luigi. A servizio interno, l’impresa integra la cava presso il castello a quella che estrae sabbie e ghiaie dalla confluenza del Brembo in Adda. Costruttori capaci in altezza, da Caidate (VA) i Rossi vengono coinvolti alla settecentesca elevazione di una cupola nella Pieve di Pontirolo. Dopo la morte del fratello, precipitato da un tetto, il capostipite acquista dagli Archinto nel 1780 la casa in via XX settembre.

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I fratelli Antonio e Giuseppe Rossi (Foto Egidio Rossi)

Per almeno due secoli la famiglia costruisce con umile mano i progetti più ambiziosi, chiamando sulle impalcature fino a cento manovali stabili più gli avventizi. Per generazioni, il capomastro Rossi dirime le liti tra i Vaverini, accogliendoli nel suo studio ogni domenica mattina. Di Vaprio, Giuseppe è inoltre sindaco liberale. Siede in giunta col fratello consigliere e fronteggia le rivolte operaie che, con l’avallo del parroco, protestano miseri stipendi e pane troppo caro. Di Antonio Rossi, «nell’arte edile peritissimo», i discendenti dicono ancora: «Era grande»; forse confondendo statura fisica e morale.

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Casa Rossi a Vaprio d’Adda (Foto Egidio Rossi)

L’impresa elettrizzante. Per un macigno dissestato, già nel 1879 il Genio Civile vieta di proseguire le estrazioni in ceppo che, sul promontorio trezzese, si estinguono entro il decennio successivo. Depone gli scalpelli chi lavora sui versanti di proprietà Bassi, Borromeo, Corda, Medici e Rossi. Le cave dismesse restano così offerte a nuovi imprenditori. I fratelli trezzesi Pietro e Giuseppe Rolla acquistano quegli spazi, trasferendoci nel 1887 la tessitura di lino e filati misti che hanno avviato sull’odierna via Gramsci. Per muovere i telai, il 7 febbraio 1892 la ditta Rolla ottiene ufficialmente di derivare dall’Adda 2,2 m3/s d’acqua, convogliandoli in una condotta sotterranea al promontorio.

Pietro e Giuseppe Rolla: gli imprenditori dal baffo sottile
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Giuseppe Rolla (Foto Alberto Rolla)

Ampliano allo scopo un cunicolo, forse già sbrecciato in antico per servire la fortezza. Presa da un versante, l’acqua torna al fiume sull’altro, qui muovendo in modesta caduta una turbina idromeccanica. Senza convertirla in elettricità, un albero trasmette questa forza alla tessitura sovrastante. Malgrado un freno manuale regoli i giri, le piene fluviali accelerano le navette che come proiettili sfondano talvolta i telai. Nel 1904 i fratelli cedono a Cristoforo Benigno Crespi la galleria, che diventa una delle due condotte per rendere all’Adda il flusso deviato dalla centrale idroelettrica «Alessandro Taccani». In cambio, i Rolla ottengono 50mila Lire e una fornitura elettrica di 80 cavalli dinamici.

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Pietro Rolla (Foto Luca Rolla)

L’imprenditore dal baffo sottile. Pietro Rolla (1847-1913) parla tedesco così disinvoltamente da intrattenere rapporti di lavoro privilegiati coi Legler, tessitori svizzeri a Ponte San Pietro. Come i fratelli Rossi, mantiene la postura laica e liberale in cui i Savoia unirono l’Italia del Risorgimento. È anzi framassone, arrischiando un acceso scontro col prevosto trezzese: dell’episodio scrive persino la stampa locale, che cita però Rolla solo come «Nisciulìn», per l’abito color nocciola. Pietro conduce la giovane sposa Rosa Colombo nella casa col portone su piazza Santo Stefano, dove i figli Renato e Mario gli succedono al governo della tessitura familiare con Dante, loro cugino paterno.

Il cantiere della centrale idroelettrica "Alessandro Taccani" (Foto Rino Tinelli)
Il cantiere della centrale idroelettrica “Alessandro Taccani” (Foto Rino Tinelli)

Ringrazio Egidio Rossi, Alberto e Luca Rolla per aver condiviso la domestica memoria dei loro antenati.

Per approfondire:

Cristian Bonomi, Mario Donadoni, Rino Tinelli, Fabbrica di Luce, Missaglia 2015.

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Articolo apparso sul trimestrale Informatore di Trezzo sull’Adda, n. 3 anno 2015, on-line qui.

Una risposta

  1. […] che rialza la testa dai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale. Le cave erodono persino la penisola della rocca trezzese finché il Genio Civile non le sospende per un macigno pericolante […]