Centenario intervistato: «Masìn», secolo d’uomo

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Angelo Colombo detto «Masìn» fu trezzese più che centenario, raccontandoci la saggezza minuta di contadini e allevatori: le sedie impagliate e quelle spine di robinia usate come stuzzicadenti.
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‘l Masìn

Quasi centodue anni a dividere le date, astratte sul marmo: 1907 – 2009. E’ il tempo vissuto dal centenario Angelo Colombo tra i Trezzesi, che lo chiamavano «Masìn», allora il più anziano. Niente bastone a reggere le sue passeggiate da casa, il civico 7 di via Sant’Ambrogio, fino al cimitero cittadino; quasi giocando con la Fine.

Gli occhiali solo tra lui e il giornale che ancora sfogliava ogni mattina. Nell’ultimo tempo fiaccava il centenario trezzese una frequenza cardiaca in ribasso, di cui si lamentava dicendo: «Fo fastidi a bufà» (ho il respiro affaticato). Per quarant’anni fu alla presidenza della Coldiretti, cui si ricandidò fino ai 90 anni, quando furono i famigliari a dissuaderlo per evitargli i viaggi a Milano.

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Masìn al lavoro

Nato contadino, avviò un allevamento di pollame e (negli anni Cinquanta) fu consigliere per insistenza del sindaco Umberto Villa, che affiancò in tutti e tre i suoi mandati. «Era una roccia!» lo ricordava così. La spossatezza lo convinse al nosocomio di Vaprio solo il 24 aprile 2009. Ce lo portarono i famigliari cui ribatté, senza scomporsi, che dall’ospedale non era tipo da ritornare vivo. Qualche mese fa alzò loro un sopracciglio, dicendo: «Ma sa che adess so ‘dree a daventà vecc!» (Mi sa che ora inizio ad invecchiare).

Nella prospettiva che l’impianto di un pacemaker lo salvasse, il centenario fu trasferito a Cernusco sul Naviglio, dove iniziò a ripetere nella calma: «So rivaa ala Fin» (Sono arrivato alla Fine). Ha sbrigato le ultime pendenze, ha assegnato gli ultimi ricordi in eredità prima di addormentarsi la mattina di giovedì 14 maggio. I figli Mariuccia, Luigi e Martino lo hanno rincasato là dov’era nato un secolo prima: al civico di via Sant’Ambrogio da cui alle 14.00 di sabato 16 maggio 2009 è stato accompagnato in corteo all’incenso e alla terra.

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Con la figlia Mariuccia

Dalla parrocchia al cimitero, dove quaranta giorni prima lo aveva preceduto la novantacinquenne cognata Angela Minelli «di Ciômm». Ma la longevità, ora promessa anche ai nipoti, sembra comune in famiglia. La sorella del centenario (Teresa) si portò nella tomba 90 anni, suo fratello Natale 94, sua madre Carmelina Fumagalli quasi 91: ultima di quella generazione la sorella Elena («Lèna»), lei pure avventurata oltre i 90.

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Natale Masin con un commilitone in Etiopia

Sorrideva, il centenario Angelo, quando gli si chiedeva quale fosse il suo segreto: nel suo dialetto pirotecnico confidava un carnivoro odio per l’insalata e una diffidenza per i camici, tutta contadina. La sua dieta era generosa di aglio, cipolla, vino rosso e burro.

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Natale Colombo “Masin” al centro, tra il fratello Angelo e la moglie Angela
La biografia del centenario «Masìn»

Nasceva trezzese oltre un secolo fa, Angelo Colombo: il 22 settembre 1907. Del nonno paterno ereditò il nome e la robustezza. L’avo, che abitava a Cascina «Belvedere», bisticciò col fattore della cascina sulle cui mura scrisse «Maastach»; è cioè male starci. E infatti ci stette poco. Sfrattato da lì, nonno Angelo finì in piazza Figina dove avrebbe consumato i suoi giorni da contadino se fosse stato più docile. Partì invece per il Piemonte, dove sterrò il canale Cavour, proseguì fino al Moncenisio, di cui perforò la galleria e approdò a Genova per rassettarne il porto. Da lì scarpinò a Trezzo con una carriola, che in dialetto si chiama «caréta», una lanterna e venti marenghi d’oro.

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Colombo Martino di Masin (Anni ’20)

Bastarono per costruire una casa, quella dove nacque l’omonimo nipote centenario, in mezzo alle 45 pertiche di terra che si comprò. Adesso era lui il padrone. In assenza di Angelo, ne ospitava la famiglia il suocero Damaso Bonomi, il cui soprannome («Masìn») scalzò quello di «Puti» portato dai Colombo fino ad allora. E «Masìn» è il nome cui da 101 anni si girava chiamato anche Angelo, primogenito di Martino e Carmelina Fumagalli.

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La Seconda Guerra Mondiale non lo arruolò perché unico uomo di casa ancora senza divisa. Stette a Trezzo, dove ricambiava con pastasciutta e coniglio la mano che i renitenti alla leva gli davano nei campi. L’unica cosa che mancava era il sale. Malgrado quella carestia, o proprio per suo merito, Angelo condivise la longevità dei famigliari fino a diventare più che centenario. «Quando le orecchie si fanno più lunghe, è segno che si sta per partire» avevo detto suo fratello Natale, guardandosi allo specchio; e quel particolare anche Angelo lo aveva notato nel proprio.

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‘l Masìn

Con lui si sono perse saggezze un tempo comuni: quella che impaglia sedie e intreccia gerle, come sapeva fare; quella che usa le spine di robinia come stuzzicadenti e brucia l’ulivo benedetto per allontanare la tempesta.