Nazzeri, la farmacia che morì di burocrazia

Di patriottici trascorsi, la famiglia Nazzeri tenta di aprire una farmacia “Risorgimento” sull’omonima via trezzese ma nel 1916 il banco speziale viene chiuso per ordine prefettizio.
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Seduto all’estrema destra, Giovanni Nazzeri il cui padre Bernardo è ritto all’estrema sinistra. Tra gli altri famigliari, al centro il piedi la moglie di Giovanni, Ida Giani

Il tempo dei Nazzeri. Il grifone artiglia una serpe sull’orologio che fu di Giovanni Nazzeri, proprietario trezzese della farmacia «Risorgimento», all’angolo tra l’omonima strada e l’attuale via Sala in rincorsa verso il ponte. Il 27 giugno 1912 l’uomo con l’orologio chiede licenza alla Giunta Municipale per somministrare i medicinali che ripone nel vasto armadio a sei ante, ancora conservato dai discendenti Ratti[1].

 

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Il giovane Giovanni Nazzeri col padre Bernardo detto “Fortunin”

Vasi e bilance superstiti testimoniano l’offerta di preparati speziali. Ma già il 14 dicembre 1914 la Prefettura ordina al sindaco trezzese di chiudere la farmacia «Risorgimento», che esercita ancora nel 1915, quando corrisponde 6,07 Lire per tassa d’ispezione. Il decreto pare sospeso. La decisiva lettera, che Nazzeri compila il 31 agosto 1916, ha per intestazione le sue iniziali intrecciate a monogramma. «Il prolungarsi della malattia del direttore della Farmacia Risorgimento, Sig. Dott. Paolo Brizzolato, e la chiamata alle armi del sottoscritto proprietario» minacciano la sussistenza dell’esercizio che rimane 19 giorni senza un dirigente sanitario.

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Ferdinando Fodera con figli e nipoti
Farmacia Nazzeri: la chiusura prefettizia

Ricalcata sul trascorso decreto, la soppressione ingiunta al 12 settembre 1916 ha toni più piccati: e, con la latitanza di uno speziale al bancone, lamenta anche l’importunità di una seconda farmacia nell’esiguo numero dei Trezzesi già serviti dal dottor Ferdinando Fodera. Giovanni, che dal fronte tornò malato, propose di serrare l’esercizio dopo averne liquidato le giacenze farmaceutiche. Alla lettera, definita «inaccettabile», il Prefetto pretese la chiusura quale «fatto reale». Invano la rivendita dissidente inoltrò rinnovata domanda d’istituirsi secondo legittimità (1921), anche come cooperativa, finché la richiesta non calò nella tomba insieme al Nazzeri.

Era, Giovanni, figlio di Bernardo Fortunato detto «Fortunìn» che acquistò nel 1863 da proprietario trevigliese la tenuta «Il Giardino» affacciata su via per Monza (oggi Bazzoni). La memoria familiare, un moschetto, alcuni tricolori sabaudi dichiarano patriota Bernardo che intanto affaccia dalle foto una barba mosaica e l’usuale cappello di Garibaldi. Lo speziale Giovanni Nazzeri non aveva invece che i baffi impomatati quando sposò Ida Giani da Colnago, al cui braccio frequentava la Trezzo bene. Dei due figli che gli partorì, Bernardo lavorava il ferro battuto a regola d’arte[2]: il congedo distava solo due giorni quando, Alpino di Leva, morì nelle nevi sopra Sondrio durante una manovra esplosiva. Le Penne Nere seguirono il feretro fino al cimitero trezzese, cui solo il suo mulo si rifiutò di arrivare.

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Giovanni Nazzeri con la moglie Ida Giani e la figlia Maria

Sopravvisse l’altra nata di Giovanni: Maria  Nazzeri (1907-1979), sposa nel 1932 a Rodolfo Ratti fu Ambrogio (1902-1983). Di questi la parentela col papa regnante, Pio XI (Achille Ratti da Desio), consentì che i due trascorressero un novello anno da sposi in Vaticano. Oltre al palchetto riservato in teatro, avevano facoltà d’assistere a tutte le udienze del pontefice, che regalò a Maria un servizio da the con sei cucchiaini. Ma i discendenti ne serbano uno soltanto. Persino Giuseppina Ratti Peron, sorella maggiore di Rodolfo, era stata chiamata in Vaticano come dama perché accompagnasse le donne dal Santo Padre cui era invece il ciambellano a scortare gli uomini.

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Rodolfo Ratti e Maria Nazzeri novelli sposi

Dopo il 1933 villa Nazzeri divenne appoggio trezzese di Rodolfo Ratti che, coi sei figlioli appresso, rimbalzava in paese dalla natia Rogeno. Socialista, partecipava all’industria serica di famiglia, dirigendo il presidio di Camerlata. Della residenza trezzese, affittava così una porzione ai Carminati il cui rampollo Luciano era medico e capo partigiano. In sua cerca, i fascisti mitragliarono due volte la casa, irrompendoci: e sollevarono persino le gonne di Maria Nazzeri, certi di trovarcelo sotto.

(Da Ditte e Botteghe del Novecento a Trezzo, ivi 2012)

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[1] Le notizie circa la farmacia Nazzeri sono attinte all’incrocio tra i documenti pubblici (ACT, Moderno, 36.1.1-36.2.1-36.2.2), il privato archivio della famiglia Ratti e l’interviste ai fratelli Pierluigi e Ferruccio Ratti, che data al 22 luglio 2011.

[2] Bernardo lavorò presso l’officina Cassina di via Valverde, scolaro e dipendente del Mazzucotelli, congedando anche ferri battuti per la restaurata parrocchia di Trezzo. Cfr. Carlo Giacomo Boisio, Valverde, II edizione, Trezzo 1980, pp. 268.