Bambina Minelli, omicidio a Crespi nel 1928

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Bambina Minelli, 26enne operaia a Crespi d’Adda, viene “suicidata” lungo l’Adda nel 1928: sul caso, discordi l’opinione pubblica e la pubblica autorità.
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Bambina Minelli

L’involto del pranzo, il pettine a raggiera, una forbice. Alle 5.00 di sabato 14 gennaio 1928 Bambina Minelli affretta negli zoccoli i passi che la tessitura di Crespi d’Adda dista da via Cavour, dove abita a Trezzo sull’Adda. Non sa che questa data affiancherà l’altra, 22 ottobre 1902, sulla sua tomba. Sa solo che è in ritardo per il primo turno in stireria, dove lavora da quando aveva dieci anni, cinque fratelli maggiori e papà Enrico «di Bocc» sepolto accanto a mamma Celestina Ciocca.

La sveglia non ha squillato, l’amica Bianca ha urlato invano che Bambina scendesse con le altre al «murum (gelso) da via Cavour» per fare la strada insieme. E, in ritardo com’è, la giovane rischia una multa o il turno prolungato nel pomeriggio: proprio oggi che il parroco don Giuseppe Grisetti aspetta lei per il consenso prematrimoniale. Lei e il suo promesso, l’operaio ventiduenne Emilio Barzaghi, che ha già procurato casa e corredo per sposarsi a Pasqua. Se fossero lì, Bambina ne parlerebbe alle amiche con cui divide quel tragitto da quando un tizio la seguì da lontano; o così almeno le era parso, un mese prima. Perciò ogni tanto si gira, contando i gradini che calano da Concesa alla passerella di Crespi. Qui il rumore di zoccoli rallenta.

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Passerella tra Concesa e Crespi al santuario carmelitano della “Divina Maternità”

Alcuni operai li ritrovano a mezzodì, composti sulle scale, mentre il fagotto col cibo e le mutande di Bambina sono sparsi sull’alzaia martesana accanto alle trecce brune. Recise. Un operaio ne intasca una, che poi consegna a Giuseppe Minella, comandante la stazione trezzese dei Carabinieri. Mentre questi ci arriva, alcune lavandaie gettano in Adda il vestito da donna trovato su un muricciolo. Alle 14.30 Mentina Minelli, impensierita per il ritardo della sorella, chiede a Bianca come mai non sia rincasata con lei: «Ma la vostra Bambina – risponde l’amica – oggi non è venuta a lavorare». La notizia convoca sull’argine divise, giornalisti e i fratelli della giovane, che riconoscono come suoi gli infausti ritrovamenti. L’indomani alle 22.00 il cadavere di Bambina, impigliato ad un ramo, viene portato dal naviglio al cimitero di Vaprio dove l’autopsia esclude lo stupro ma rileva una breve ferita sul labbro superiore. Alla vittima, morta per annegamento, le trecce sono state recise con una forbice. O un falcetto.

Il caso archiviato tra i suicidi meno ortodossi
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Giuseppe Minella, comandante la stazione dei Carabinieri in Trezzo sull’Adda

La composero in una bara di zinco con una finestrella all’altezza del viso, dove il paese accorse per guardare. Le esequie, officiate il sabato dopo con tanto di banda, le pagò la tessitura dove Bambina Minelli lavorava. E Silvio Crespi, che ne era proprietario, offrì 5000 Lire per chi fornisse indizi utili ai Carabinieri. Ammanettarono un parrucchiere e due vagabondi, rilasciati appena il vicequestore cav. Stivala suffragò l’ipotesi del suicidio. Gli zoccoli erano uno accanto all’altro, quasi volutamente scalzati dalla vittima, che si sarebbe recisa da sé le trecce (ornamento tradizionale della verginità) per non disonorarle con una morte violenta. Il caso venne così archiviato tra i suicidi meno ortodossi, malgrado due note discordanti. Verso le 6.00 si udirono sul naviglio grida d’aiuto che non s’addicono a una suicida: perdipiù, le forbici che si stabilì Bambina recava con sé al momento della morte, furono ritrovate a Crespi sul suo tavolo di lavoro.

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Silvio Crespi

Che Trezzo, prevosto in testa, fosse persuasa del suo omicidio lo dimostra la sepoltura in terra consacrata, allora preclusa ai suicidi. Sulla tomba crebbe una pianta e, quando ci sbocciò sopra un fiore, corse voce che Bambina Minelli fosse santa. Più tardi venne traslata nei colombari, dove oggi riposa accanto al fratello Carlo, precipitato nel 1945 in un altoforno degli stabilimenti milanesi «Alfa Romeo». La vicenda di Bambina venne abbracciata dalla mitologia paesana, che ci fece una canzone ormai dimenticata. Sappiamo però che chi venisse pizzicato a cantarla in osteria, col naso nel bicchiere, passava una nottata al fresco per disturbo alla quiete pubblica dei vivi, eterna dei morti. I parenti della vittima traslocarono da Trezzo a Milano, Peveranza, Dalmine con in valigia la certezza che al funerale ci fosse anche l’assassino. In via Giovine Italia, di Bambina rimase solo la sorella nubile Giuseppina Minelli detta «Zepa», che ne conservava le trecce in un cassettone. Lo apriva ogni sera per sgranarci davanti il rosario.

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Giuseppina Minelli

Una scia di sangue percorse la memoria di Bambina Minelli, ed era forse sangue innocente quanto il suo. Della sua morte Trezzo accusò con la lingua biforcuta il commissario Minella e persino un carmelitano scalzo. L’ex-fidanzato della ragazza scampò la diceria perché, di turno quel mattino, stette all’opificio Crespi malgrado un malessere. Il pettegolezzo chiamò assassini i tre indiziati dai Carabinieri finché non si suicidarono: Guido P. di via Cavour nel casotto dove dormiva; un altro al cimitero e lungo l’Adda il terzo. Ancora negli anni Cinquanta venne spedita da Milano a un religioso trezzese l’accusa in quattro pagine che additava l’ennesimo omicida di Bambina. Che per scampare a un bruto la giovane si gettasse nel naviglio, annegandovi, resta l’ipotesi più assennata. Ma inquieta la perfidia con cui, a quel bruto, Trezzo tentò dare il volto, persino di un innocente.

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Articoli dal “Corriere della Sera” circa il caso Minelli;

Articoli dell'”Eco di Bergamo” circa il caso Minelli;

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Le fonti:

Ho ricapitolato la vicenda di Bambina Minelli recuperandone gli articoli del «Corriere della Sera» presso l’emeroteca braidense di Milano, e da «L’Eco di Bergamo» grazie a don Luigi Cortesi, parroco emerito di Crespi; ricercando all’Archivio di Stato milanese «L’elenco dei procedimenti penali di primo appello – gennaio 1928»; intervistando Aberardo Cortiana che ne ha scritto nel libro «Tress in dal sò dialett», Rosa Lecchi, Albertina Vimercati, Bambina Comotti (nipote della vittima) e i centenari Natale Colombo «Masìn» e Caterina Tinelli. Ringrazio, insieme a loro, Adolfo Milani che dal caso Minelli ha tratto il testo teatrale «Donne d’amore, amore di donne».