Il numero e la parola incalcolabile

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La parola al tempo dei numeri: dal tessuto di maternità, paternità, luogo e data di nascita all’economia delle ore. Quando il ricordo sovverte la dittatura del presente.
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Agostino Arrivabene, San Crisostomo

La dignità della parola. I nomi sono incantesimi a basso voltaggio. Se a buona voce chiamate il mio, io mi giro chiamato per strada. Conoscere il nome è già esercitare una signoria. Gli esorcisti chiedono quello dei demoni, per scacciarli; Mosé osa domandare come si chiami Dio. Nella tradizione, Roma ha tre nomi: quello pubblico; Flora nelle cerimonie di largo popolo; e il terzo, noto solo ai sacerdoti. Pronunciandolo, il nemico avrebbe avuto l’Urbe in suo dominio. Per Giovanni Pascoli, il vero nome di Roma è amoR (cfr. Inno a Roma).

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Agostino Arrivabene, Dente di Narvalo

Ma cosa può il nome, quando viene meno chi lo porta? Il nome sul marmo definitivo della tomba o quello che, dopo l’abbandono, ci denuncia ancora innamorati. Il nome è la piccola porta da cui entriamo nella morte. La letteratura più florida, il pettegolezzo, parla delle persone solo in loro assenza. La parola, che dice questo non-esserci, inizia l’uomo al mistero del morire. Egli può citare chi non c’è, affermare cosa gli viene negato: «Ciò che manca non può essere contato», avverte Qoelet, ma è lecito nominarlo. Tra tutti gli animali, solo l’uomo può dire e predire il timore della morte (Heidegger). Il linguaggio è il peccato originale, che ci condanna a una morte detta: parlando, giochiamo con lei una partita, che ha le parole al posto degli scacchi.

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Agostino Arrivabene, Martiri

Cada quella scure, la parola. Il linguaggio espone l’uomo al pensiero del morire ma lo arma anche a sostenerlo. Il culto degli antenati, la mitologia e i cicli eroici sono parole ricreatrici: Fama che vince la morte, nei Trionfi di Francesco Petrarca. Mettere il passato in narrazione non giova solo alla psicanalisi. Fare ricordo è rivoluzionario perché ci ricorda di fare. Storia non significa un teschio che la terra abbia riempito. Ogni volta che interpretiamo il passato, biografico o collettivo, diamo partenza e visione all’avvenire; come in certe processioni del Sud si indietreggia due passi per avanzare di tre. Il Rinascimento non fa archeologia della Grecità, né l’Illuminismo del Rinascimento: entrambi rinnovano il racconto di un’epoca storica per coniugare la propria al futuro. La memoria è un luogo di rivoluzione.

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Agostino Arrivabene, L’Annuncio
La parola e il numero

La parola fonda l’uomo al punto che, fino all’Ottocento, le materie letterarie sono riassunte sotto la cattedra di Umanità. Ma con Cartesio e Galileo già dal XVI secolo il mondo discutibile dei classici, che ragionano cosa è giusto fare, si converte in quello contabile, i cui numeri non arrossiscono. La prosa del mondo viene tradotta in matematica universale, smarcandosi dai giudizi etici. Sul giusto trionfa l’esatto. I vertici utili a disegnare una biografia si ridispongono da narrativi a computabili, quando il codice fiscale succede al tessuto di paternità, maternità, luogo e data di nascita.

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Agostino Arrivabene, Ade Pantocrate

La trascrizione dalle parole al numero non è innocente: se il mondo è in liquidazione, noi diventiamo fluttuazioni di mercato. Al consumatore devoto, una retorica nuova offre allettanti aspettative di vita e guadagno, le cui percentuali sono premurose fin nel decimale. Solo l’uomo che deponga la parola consegue una felicità così calcolata. Ma il numero non può vicariare alla parola che danza con la morte, perché «Ciò che manca non può essere contato»; nemmeno può sostituire la parola rivoluzionaria che fa nuovo il ricordo o chiede giustizia, perché il numero conosce solo giustezza di calcolo. L’uomo numerato non canta memorie future: disinnesca il racconto della morte che, per contraccolpo, lo istallerebbe nell’urgenza di agire. Egli è contato ma pensa di contare.

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Agostino Arrivabene, Psilocianina

La speranza di vita, espressa in età media, umilia la biografia a economia delle ore. La longevità statistica ci mantiene in statica obbedienza alla dittatura del presente: nella numerosa promessa dei giorni, ogni gesto può essere rimandato; specie se è sovversivo, come la parola «Ricordo». Eppure, fino al Settecento, i registri parrocchiali riferiscono circiter o «in circa» l’età del morto. I contadini vivevano il ritmo circolarmente stagionale della semina e dei raccolti, senza computare esattamente la propria età in anni. Nelle figurazioni artistiche, l’annus quasi annulus (anno come anello) si avvolge sulla danzante curva delle stagioni. La vita è incalcolabile.

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Ringrazio il maestro Agostino Arrivabene per la concessione a citare le sue opere.

Per approfondire: