Peste: i dimenticati luoghi del ricordo

Magistrati di Sanità, pareti d’ossame e sepolture comuni; quando la peste spopolava le campagne lungo l’Adda e diffidenza, aceto, devozione erano le uniche difese.
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Sant’Agostino ai Morti della Cava

Dopo le rive «di Runcasc» in Val di Porto un cartello castano chiama «sant’Agostino» la cappella campestre che chi abbia capelli più bianchi conosce come «cava di Mort».

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Oratorio di Sant’Agostino ai Morti della Cava: copia in abside dell’affresco, oggi conservato a strappo nella parrocchia trezzese

Nel 1629 l’Adda rientrava in quest’insenatura, che accolse gli appestati quando aceto e diffidenza erano le sole cure laiche. Per prima rotolò nella fossa la moglie di Antonio detto «Rossino», confortata appena dai Trezzesi col saio verde che sfidavano la peste, votandosi in confraternita a san Rocco. La congrega laica, eretta attorno al 1588, fu soppresso da Giuseppe II d’Austria due secoli dopo. Accudiva religiosamente gli appestati in Val di Porto attorno al modesto altare, ampliato nell’attuale cappella per la pietà testamentaria di Michele Mazza (1727, vedi 1).

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Vanitas cinquecentesca, la culla vuota.

Una devozione consegnata a lavandaie col rosario in mano e contadini che, passando, si facevano frettoloso segno di croce. Un romantico pennello istoriò di teschi e fiori la facciata, davanti cui sosta un sentiero maltrattato dagli scoli campestri. Dall’interno, che appendeva alcune stampelle per ex-voto, proviene la Crocifissione absidale trasportata a strappo in parrocchia.

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Parete d’ossame all’ossario visconteo di Trezzo

Nella proprietà Rolla, sul promontorio castellano, l’ossario visconteo («i Mort dal Castell») riassume invece a vista l’ossame rinvenuto in loco durante le estrazioni di puddinga sospese col 1890. Sotto l’ammonimento «Così finisce la superbia dei mortali» tibie e femori colmano i quattro quadranti di una croce disegnata coi teschi. Quello centrale porta alla mandibola un rosario di ninnoli e denti. Una botola ripone le spoglie non composte a parete. Su piazza san Bartolomeo e a cascina san Benedetto affiorarono in tempi diversi deposito d’ossa simili, che riposano forse anche sotto le vie Garibaldi e Milazzo in zona «Lazarètt» (lazzaretto): peste e usi cimiteriali le radunarono lì. Ma la fossa castellana lascia socchiuse ipotesi ulteriori. La carneficina di una battaglia, ad esempio; o la camera sepolcrale della chiesa che, nel Castel Vetero precedente al visconteo, pare recasse già la titolazione a san Gervasio e Protaso.

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Vanitas cinquecentesca, il trionfo della morte
Peste del 1630: la cripta del magistato Monti, che condannò gli untori

Apadre Telesforo dei Santi Gioachino e Anna (1841-1933), il cui nome significa «colui che porta la croce», toccò quella della memoria. Nel 1917 la Provincia carmelitana gli comandò di compilare, tra l’altro, i ricordi del suo noviziato al chiostro concesino lungo il Martesana (1860). Dal lunedì al venerdì una campana svegliava verso mezzanotte i novizi che, intonando «Te Deum», calavano nella cripta sotto l’abside a pregare con e per i religiosi defunti. Almeno finché «la nobile famiglia Bassi, che villeggiava lì [in villa Gina], non scrisse al priore padre Romualdo con preghiera che facesse cessare l’officio nel 1861».

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Il Card. Cesare Monti

Quell’anno si risolse pure il riassetto del sotterraneo, dov’era «un ammasso di ossa e teschi senza cassa né nome»: il loro numero colmò le due scalinate, poi chiuse, che scendevano dal coro al doppio ambiente. E oggi vi si accede per la gradinata aperta allora da Fra’ Romeo sotto il pulpito orientale. Venne invece sigillato il sepolcro Simonetta, il cui accesso dà sulla sacrestia. Costoro erano nipoti del cardinale ambrosiano Cesare Monti per il tramite del fratello Marc’Antonio Monti, magistrato di Sanità a Milano durante la peste manzoniana; coinvolto come fu anche alla condanna degli untori. L’ultimo a farne ricognizione fu Telesforo: «Aperta la lapide, eravi una scaletta di 10 o 12 gradini. Io subito frugai e non vidi altro che molti teschi, brandelli di seta d’ogni colore, una croce piccola d’ebano e un vaso vuoto che dicesi contenesse i precordia del Cardinale».

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Padre Telesforo o.c.d.

 

In effetti, Monti dispose per testamento d’essere tumulato a Concesa. Si opposero però i canonici meneghini che lo seppellirono in duomo: resta dubbio se il santuario ne ricevesse almeno cuore e polmoni (precordia). «Eravi pure un teschio entro una piccola cassetta che si usava mettere nel Refettorio» dove, per ammonire eccessi e vanità, il cassetto aperto mostrava un cranio ai commensali carmelitani.

(1) Per approfondire, Italo Mazza, Dall’antica famiglia Mazza all’Opera Pia, qui on-line.

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Ricevo e pubblico il bel ricordo di una Trezzese, circa l’Ossario Visconteo: “Un’anziana signora trovava sollievo raccogliendosi in preghiera in quella cappella. Ma con lo spirito spiccio tipico della nostra gente semplice, pregava anche con ‘scua e barnasc’.Teneva pulita la cappelletta e deponeva sempre un cero acceso. La vedo ancora scendere, passo lento, la testa nei suoi pensieri, forse recitando un rosario e tenendo in grembo una borsina arrotolata contenente straccetto e lumino. Saliva, mi sembra, forse non sorridente, ma certo, sollevata”.

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Una risposta

  1. […] caccia. La «mama granda» (nonna) ti raccomanda il segno di croce, specie quando passi dalla «Cava di Mort» (l’oratorio campestre di […]