Villa Bianchi, tra nobili, monache ed eroi

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Villa Bianchi, nobile villeggiatura vittima della speculazione edilizia
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Villa Bianchi, il cortile su via Fiume

Bianchi, Galbiati, Daccò. Questi i cognomi che, in tre secoli, si succedettero alla proprietà dell’unica villa gentilizia col cortile aperto su una strada cittadina: via Fiume, già via Brianza. Percorrendola, il caseggiato si sporge a sinistra, combinando tre edifici in forma di C. A Est l’ala laterale ospitava l’oratorio che ancora affaccia invitante portale sulla via, concludendo nei locali di servizio. L’ala occidentale di villa Bianchi era amministrativa: alloggiava cioè il fattore di casa, Emilio Pozzi, capostipite dei proprietari attuali. Questa porzione somma oggi un negozio d’angolo ai quattro appartamenti rinfrescati da recente restauro. «Il terzo corpo del fabbricato, che ne è poi la parte nobile, rientra consentendo il respiro della corte su via Fiume – spiega l’architetto Luca Rolla, progettista e direttore dei lavori, inaugurati nel marzo 2011 – Scanditi dal cancello in ferro battuto, spazio pubblico e privato restano così in dialogo».

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Villa Bianchi, lo stemma sull’ingresso

Di villa Bianchi, la parte padronale conserva uno scalone il cui soffitto è affrescato a trompe-l’oeil: trezzese e turrito, uno stemma corona lì vicino il portale nella veranda aperta, che il Novecento schermò di finestre. Ancora qui dettagli come gli infissi in legno o la tinta calda alle pareti hanno ispirato il restauro dell’ala attigua secondo uniformità. «Nella parte amministrativa il piano ammezzato per i domestici, il mezzanino appunto, venne soppresso verso gli anni Cinquanta – prosegue Rolla – le quote degli altri piani vennero allora ritarate, disordinando anche le finestre in facciata». Il restauro ha corretto le asimmetrie con un gioco di persiane che, ristabilite in legno, hanno sostituito quelle d’alluminio. Oltre al cornicione modanato, è stata ripristinata la zoccolatura originale dell’edificio, al cui snodo con la parte nobile sta la discesa alle cantine.

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Villa Bianchi, il parco cementato dalla speculazione edilizia

Un vincolo paesaggistico garantisce per l’integrità esterna di villa Bianchi, i cui interni sono stati variamente snaturati dagli interventi di sessant’anni fa: cementi e alluminio al posto di cotto e cassettoni. Prima della speculazione, risalente agli anni Cinquanta, le imposte di villa Bianchi aprivano sul verde trezzese. L’edificio srotolava vasti giardini all’inglese in cui l’ultimo Ottocento seminò cedri ordinatissimi per scortare i visitatori fino al belvedere sull’Adda. Sollevano un sopracciglio le foto che restituiscono quella verde nostalgia, percorsa da viali. Cinto da mura, il parco avanzava fino al cavone che sfoga nel fiume gli scoli campestri, proprio accanto alla canottieri «Tritium». Confinava inoltre col superstite giardino dell’oggi biblioteca, villa Crivelli, quasi affacciando sull’Adda verso Nord. Il verde che dilagava dietro casa Bianchi è oggi coperto dai quartieri residenziali tra via Rosmini e Pascoli.

Villa Bianchi, nobili e fattori nella casa su via Fiume
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Il trezzese Guido Galbiati di Luigi, 1894-1916, sottotenente caduto, insignito di medaglia d’argento

Non sappiamo in che tomba calarono, morti, i conti Bianchi di cui manca al cimitero trezzese la sepoltura patrizia. Ma già nel 1762 sappiamo come costoro villeggiassero, ben vivi, nell’attuale casa signorile su via Fiume. A ritrarla quell’anno fu Pasinetti, che disegnò a seppia l’intero feudo di Trezzo per il feudatario Cesare Giuseppe Cavenago. Contornata dai campi, villa Bianchi custodiva forse nell’oratorio a Est il sepolcreto in cui il cognome si estinse: con un ultimo discendente che pare vestisse la tonaca. Vacante, si aggiudicarono la proprietà all’asta i Galbiati, di cui la tomba trezzese accoglie Luigi con i figli. Il primo fra questi morì di tifo, seguito dal fratello Guido Galbiati «ultimo di sua famiglia», che la Grande Guerra falciò Sottotenente nel 1916.

Riga nei capelli lucidi e teneri baffi, l’eroe consegnava così la proprietà dell’ex villa Bianchi a Maria: la sorella superstite, che Guido Daccò condusse all’altare. La famiglia con l’accento sul cognome teneva già villeggiatura a Gessate, avventurandosi in diporto fino a Trezzo. Casa Galbiati ospitava i Daccò, sfollati, anche durante la Seconda Guerra Mondiale. Solo quando se ne raffreddarono i cannoni risolse, Guido Daccò con la moglie, di vendere scontata la proprietà trezzese a un ordine di suore missionarie perché ci erigessero un ospizio per anziani alla memoria del Sottotenente Galbiati.

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Villa Daccò – Gessate (1952)

Il proposito cadde mentre le monache, in ristrettezza, cedevano persino i candelabri in argenti della cappella. Lo speculatore che annusava l’affare, adattò in abitazione persino l’oratorio di villa Bianchi, scandito su più piani: e infine edificò sul parco, complice l’edilizia rilassata del Dopoguerra. Al posto dell’esotico banano, in cortile, venne piantato un abete. Ma alla storia maiuscola delle dinastie, che diedero il cognome alla villa, se ne accosta una più modestamente fedele. Quella dei Pozzi che, ottocenteschi fattori di casa, governavano i beni padronali: per un periodo gestendo anche la vicina osteria. Accanto all’ala restaurata, ancora si intuisce la corte rustica dove il fattore vide crescere la proprio figliolanza. Specie da Emilio Pozzi discende la famiglia che, conservando in parte la proprietà, ha più lungamente affaticato i gradini della casa su via Fiume.