Donne trezzesi, fuori dall’ombra antica del Bernabò

Donne lungo l’Adda: padrone, vergini, madri, streghe, contadine e lavandaie; malgrado secolari insolenze contro di loro, ecco alcune figure alte, che affermano il “mistero senza fine bello” della femminilità.

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1876-78, AsMi, Notarile Ultimi Versamenti, 5214, Testamento Borghi (dettaglio del sigillo)

Due donne, due castellane. Con decreto di aggiudicazione del 17 luglio 1846, il dott. Alessandro Guinzoni lascia il castello di Trezzo in eredità a Giovannina Borghi che, del donatore, custodisce il ritratto in uno spillone d’oro. Tredici giorni dopo, la donna divorzia formalmente dal marito Luigi Gabetta, avendo l’unico figlio Francesco destinato alla carriera ecclesiastica come Barnabita. Consigliata da Giuseppe Ferrario (fratello del più noto Luigi), Borghi sospende gli scavi di ceppo al maniero e raduna nel villino monete, posate, speroni e pugnali rinvenuti in loco; alle pareti, quattro ritratti ad olio di duchi milanesi e un busto di Bernabò Visconti, donatole dal marchese Vitaliano Crivelli. Nata a Gerenzano, Giovannina muore settantaseienne a Milano il 20 gennaio 1878, lasciando un testamento sette volte sigillato in ceralacca rossa con le iniziali gotiche GB. La sua biografia la colloca tra le donne più colte e sovversive dell’Ottocento locale.

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1870, Castello di Trezzo, acquarello (Raccolta Rino Tinelli)

La testante elegge eredi in parti uguali il Comune di Vaprio d’Adda, per l’erezione di un asilo infantile in quel paese; e Carlo Rossi «capomastro mio affezionato amico», creditore della donna per i restauri eseguiti alla casa vapriese in vicolo San Bernardino. Costruttore delle rive di porto, che calano al fiume da via Pozzone, l’uomo propone una spartizione del lascito Borghi in due parti. Anziché la tenuta colonica di Pozzo d’Adda e Trezzano Rosa, il Comune di Vaprio sceglie il lotto comprendente «il Castello di Trezzo [poi venduto a Gaetano Molina da Treviglio] e la casa in Vaprio.. poiché dopo l’attivazione del tramway Milano-Vaprio le case civili diverranno ricercatissime». L’eredità Borghi dispone inoltre l’elargizione di tre annue doti «a nubende povere e di ottimi costumi del Comune di Pozzo d’Adda, preferendo quelle appartenenti alle famiglie de’ miei coloni». Il testamente assegna la spilla d’oro con l’effige del Guazzoni a Rosa Corda, moglie del capomostra Rossi; quasi in segno di confidente stima tra donne.

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Il Castello di Trezzo dal ponte reticolare verso Capriate: progettato da Julius Rotlisberger, l’arco venne inaugurato nel 1886, tre anni prima del “fratello” gettato a Paderno d’Adda entro il 1889 (Raccolta Rino Tinelli)

Ancora a metà Novecento le madri trezzesi si annodano in testa un «panèt» (fazzoletto) scuro nel tempo della «quarantìna»: i 40 giorni di puerperio, prescritti quali periodo d’impurità da un frainteso luogo biblico (Levitico 12, 6-8). Al cadere dell’Ottocento, si cela con un pettorale in argento il seno che la Madonna del Latte offre al Bambinello, nell’opera venerata sull’altare carmelitano di Concesa. La nuda maternità di Maria viene poi velata, dipingendoci sopra un lembo d’abito, cancellato solo nel 1971 dal decoratore bergamasco Taragni. Malgrado queste insolenze, il mistero delle donne resta senza fine e formula figure alte come Giovannina Borghi, colta benefattrice; oppure Anna Fontana (La Spezia, 1902-1974, Roma), lei pure castellana trezzese. Attrice di teatro, nel 1932 consegue la proprietà del maniero per dono del banchiere Carlo Orsi, amministratore delegato e poi vice-presidente del Credito Italiano. La donna risiede al castello, alternando la villeggiatura di Formia all’attico di Roma. Fonda una compagnia propria al Teatro degli Arcimboldi e, nel 1948, è consigliere della Federazione Pro Infanzia Mutilata del beato Carlo Gnocchi.

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1937 – Dopo l’uragano ha divelto la precedente, il poeta Luigi Medici colloca una nuova pianta in vetta alla torre trezzese (Foto Mariuccia Villa)
1908, tre donne e la tentata secessione di Concesa
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1908 – L’antica parrocchia di Concesa (Raccolta Rino Tinelli)

Il 7 giugno 1908 i Concesini fanno istanza al Ministero dell’Interno per tramite della Prefettura di Milano. Nel documento 35 capifamiglia più il parroco Caccia don Ernesto, primo firmatario, chiedono che la frazione venga ricostituita comune autonomo, qual era fino al 1869. Protestano come l’estensione totale di Concesa, 9.000 pertiche, sia doppia rispetto al centro urbano di Trezzo (campi esclusi). I frazionisti lamentano che i patti di aggregazione sono stati violati, riducendo nel nuovo catasto i confini di Concesa a vantaggio del capoluogo. Inoltre, la frazione ha «strade.. in abbandono e rese impraticabili – rincara l’istanza – non ostanti le promesse, non ha ancora smaltitoi né spazzini.. non viene nemmeno concessa una cassetta per le lettere». Tra i firmatari, il fabbriciere Pasquale Bassani «Maruchétt», l’esercente Celeste Mariani «Quartìn», i prolifici Ortelli «Majamica» ma anche energiche donne capo di casa come Rosa Bassani, Teresa De Vecchi e Virginia Fumagalli. Perplessa, la Prefettura riferisce direttamente all’ignaro sindaco di Trezzo che centri quali Concesa, al di sotto dei 4.000 abitanti, non possono istituirsi comune senza improbabili leggi speciali.

1944, i tappeti di Isabella requisiti dai Tedeschi

Il 31 dicembre 1943 il Comune di Trezzo sborsa 380 Lire per due cartelli in lingua tedesca, affissi sulle vie Brianza e Bergamo, oggi Dante e Sala. Il 23 marzo successivo il comando germanico, insediato a Concesa in villa Gina, requisisce alcuni mobili da villa Gardenghi (l’attuale Biblioteca) per l’arredo degli alloggi riservati agli ufficiali. Testimone del sequesto è Carlo Villa, giardiniere della tenuta. I Tedeschi sottraggono un divano e due poltrone in pelle marrone più altre due foderate in damasco di seta rossa; inoltre, quattro tappeti pregiati: un Kirman Lavel persiano (4,30 x 2,60), un Royal Bukhara russo (3,90 x 2,60), un Sivas (4,40 x 2,75) turco come l’ultimo pezzo requisito (3,50 x 2,80). Benché ricoverati nella villeggiatura trezzese dell’ing. Angelo Gardenghi, gli oggetti appartengono alla raffinata Isabella Costa e ad Angelo Achille Ghilardi, con cui l’uomo tratta affari. Tra altri presìdi tedeschi, quei mobili arredano specie villa Guarnazzola a Merate.

Dall’informatore Comunale “La città di Trezzo sull’Adda – Notizie“, giugno 2018

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Fonti. Archivio Comunale di Trezzo, Moderno, 2.1.1.1 e 110.8.4.4 (ringrazio Silvia Bonomi); Archivio Comunale di Vaprio, Storico, 7 (ringrazio Luigi Poggioli); Archivio di Stato in Milano, Ultimi versamenti, Atti dei Notai, 5214; e Catasto, Petizioni Trasporti d’Estimo, 1830; Archivio famiglia Rossi di Vaprio (ringrazio Egidio Rossi). Cfr. Ariberto Crivelli; Luigi Ferrario; Gabriele Medolago e Francesco Macario. Delle foto a corredo ringrazio la Raccolta Rino Tinelli.

2 risposte

  1. Mio nonno, Villa Carlo, incaricato di ritirare alcuni degli arredi, andò a Merate con un carro trainato dal cavallo.

  2. Cristian Bonomi
    Cristian Bonomi

    Grazie Sergio! La notizia è molto interessante. Tuo nonno Carlo era giardiniere per i Gardenghi? Se hai racconti o fotografie in argomento, sarei ben lieto di raccoglierle per farne breve articolo. Col migliore saluto, Cristian B.