Flauti di Pan: l’ultimo dei «Fifôt» trezzesi

Costruiva flauti di Pan, chiamandoli «fifôt», il muratore liutaio Emilio Quadri: a Trezzo ultimo artigiano della musica popolare, che batteva il piede per terra. Non senza intonata ironia, il dialetto li chiama anche «fregamusùm» (letteralmente “sfregano il grugno”), «firlinfoeu» o «ürghenit» trinagolando Cornate e Busnago con Bernareggio e la Bergamasca oltre Adda.
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La banda trezzese di fifôt

Flauti di Pan e musica clandestina. Nel 1595 riferisce una Visita Pastorale che «il Luogotenente del castello di Trezzo va vociferando di voler ballare in giorno di festa»: magari con la sua concubina, Cecilia Caprina [1]. Al ritmo di flauti e cetra, le danze domenicali erano così condannate che l’autorità ecclesiastica s’informava sul numero e l’identità dei suonatori, perlopiù da San Gervasio bergamasco.

A questa musica spontanea, che batteva il piede per terra, faceva eco la banda dei «fifôt» trezzesi: flauti di Pan in cui soffiò per ultimo Emilio Quadri, indimenticato classe 1927. Trascorse l’infanzia su via Verdi dove, dopo la Grande Guerra, i Gregori detti «Tübia» avevano già radunato un gruppo di fiati che poi lasciò in solaio gli strumenti. «Li usavano per avviarci il fuoco, un pomeriggio del 1952, quando mio fratello Eugenio ne scampò qualcuno – raccontava Quadri – Il proprietario, Pietro Gregori gerente l’osteria dei “Reduci e Combattenti”, glieli promise in dono se avesse ritrovato una compagnia per suonarli». Eugenio arruolò i fratelli Angelo, Emilio e Innocente salvo formare al flauto una dozzina d’amici nel cortile su via Verdi. «Seu, fieu e tusàn, batii fort i man – li si annunciava così – la banda di fifôt fa parlà anca i meut!» [Coraggio, ragazzi e ragazze, battete forte le mani! Questa banda fa parlare persino i muti!].

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I flauti di Pan, preparati da Quadri

Cappello a larga tesa, gilet e brache nere su camicia bianca: il gruppo percorreva di domenica le osterie, proponendo un repertorio in dodici canzoni popolari che venivano pagate col vino («Vecchio Scarpone», «Mia Bella Addio»..). Ma si cimentavano anche nella Piva natalizia o per Carnevale, urlando «E’ morto Piero» al fantoccio che i Trezzesi scortano al rogo. Quando i flauti presero a stonare, spettò ad Eugenio ed Emilio cercarne di nuovi nelle botteghe di Bernareggio, dove li indirizzò un amico di Busnago. Anche qui c’era una compagnia di fiati simili, che provvedeva là gli strumenti. «Ne prendemmo noi pure di nuovi – diceva il pensionato – ma io presi qualcosa in più: osservai, imparai, rubai l’arte».

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Emilio Quadri, muratore liutaio

Da allora con spago, camere d’aria e bambù, Emilio sa costruire un flauto intonatissimo: più da canto (quarto, terzo e secondo in proporzione alle canne) che da accompagnamento (basso). Ne ha persino realizzata una serie con le antenne calate dal tetto di casa. «In ogni esemplare, che richiede una giornata di lavoro pieno, impiego un’intera canna stagionata almeno 5 anni – spiegava l’uomo – a Bernareggio consigliano 10: ma la metà del tempo già basta a seccare il legno per fissarne diametro e quindi sonorità. L’accordatura è il compito più paziente. L’ultimo flauto d’intonazione lo comprai nel 1984 a Bernareggio per 15.000 lire. Si tratta di limare le canne, tagliate alla quota del nodo che le chiude, così da correggerne il suono».

Lo faceva con la carta vetrata più gentile, prima di stringere in sequenza i legni legati dallo spago e compattati da inserti in camera d’aria. Anche le chiusure sono rinsaldate con qualche goccia appena di colla vinilica. «Ne ho qui una cinquantina, in cui nessuno ormai ha la voglia di soffiare – sorrideva triste il muratore liutaio – La compagnia si sciolse negli anni Sessanta quando, fidanzati, alcuni si vergognavano di fare i saltimbanchi per Trezzo. E, oggi, i “fifôt” me li chiedono gli amici per appenderseli in salotto».

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[1] ASD, Visite Pastorali, Pieve di Trezzo, vol. 15.

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