Medicina contadina: curare in dialetto

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La Fasöla
Medicina contadina: il dimenticato dialetto che somministrava le cure di un sapere dimenticato. La lingua delle guaritrici.

A Trezzo molte Donne del Segno cedevano i loro soprannomi alle eredi: perlopiù le figlie, che venivano così confuse con le madri in un’unica guaritrice dalla sconfinata longevità, praticante la medicina contadina. Tra queste era la «Fasöla» (Natalina Bassani sposata Crespi), morta quasi novantenne, che lasciò Segno e nomignolo alla figliola: questa guaritrice era in cuginanza con la Galli «Mericana» per via dei Crippa; e non si esclude parentela col guaritore  «Galèt». Natalina non leggevano i vermi ma erano entrambe consigliate per la cura di storte o slogature. La madre abitava a Trezzo dove via vecchia per Monza si sfilaccia da via Cavour. E qui la raggiunse Luigi Bassani, storico custode del cimitero trezzese. «Venivo dal dottore – racconta – mi aveva ordinato certe sedute dermatologiche per liberarmi le mani dai porri che a centinaia le deturpavano. La “Fasöla” mi accolse bonariamente e con le sue, cosparse di “sciongia”, mi tracciò sulle mani piccole croci. Per tre giorni ripeté, pregando, il rito. E i porri presero a seccare». Più che cure, riti della medicina contadina.

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C’era anche «Patruneglia da Santa Marta» (Petronilla). Ma la più popolare guaritrice di slogature e distorsioni era «Stela da Culnach», Stella di Colnago (Cornate), che applicava ai reumatismi bicchieri riscaldati con una candela. Boltiere (Bg) vantava Elisa «la Mora» che, assicurano, sanava un polso dolorante incrociandovi sopra due steli di paglia bagnata. Anch’ella ha varcato la veneranda soglia dei novant’anni, affidando il Segno ad una parente.

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Aberardo Cortiana legge i suoi testi dialettali col pittore D’Anneo

Questi scorci di medicina contadina, benché incolta, non meritano l’oblio. Allora i contadini orinavano sulle ferite che stringevano poi nella verde pelle di una «zèmbula da murum», giovane ramo di gelso. Ai bimbi che a sette anni ancora bagnassero il letto era inflitto il «bröt da ratt», l’infuso di topo lessato indicato anche per la calcolosi, detta «maa da la prea» (sasso). Per prevenire il mal di gola la medicina contadina conservava del panettone natalizio da far benedire il giorno di San Biagio, nella cui solennità (3 febbraio) il prevosto cingeva il collo dei fedeli in una sorta di forcipe. «La “tarésia”, l’itterizia – spiegava Aberardo Cortiana, sentinella del dialetto trezzese – era curata con un numero dispari di pidocchi bevuti con acqua. Si riteneva divorassero la “malmina” (melma) che circonda il fegato, ripristinandone l’efficienza».

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Italiani migranti in America

La medicina contadina debellava «tusasnìne», le tossi asinine, consigliando passeggiate di buon mattino lungo l’Adda: ma controcorrente, per respirarne l’aria più salubre. Il caffè «Olandese» era versato quasi solo a chi avesse ventre o capo doloranti. Il raffreddore («maabàch») si combatteva con la «pulìgula», decotto d’acqua zuccherata e liquirizia («pesa»). Cortiana custodisce altri vocaboli della medicina contadina trezzese: «maa bröt» si appellava l’epilessia, «gnàcula» l’ematoma gonfiatosi dove la vanga poggia sulla coscia, «tetaröo» le fibrocisti, pendule escrescenze della pelle. «Còtula» è la comune puntura di zanzara, «ratìn» il minimo livido («murèll») lasciato da una pizzicata sul dito o sulla mano.

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Infine, tra i ricordi della trezzese Emma Mapelli (1905-2000) spigoliamo una foto che la ritrae bambina. Mamma l’aveva indirizzata al consorte migrato in Argentina, ma non vi scrisse che «Al mio marito (America)». Perciò è ancora qui, serbata dai parenti. Sul retro recita: «Mio padre si trova malato ed è tutto basifio». L’aggettivo, contrabbandato dal dialetto («basénfi»), discende dal latino «bis inflatus»; cioè “gonfiato due volte”.

2 risposte

  1. È la prima volta che ti scrivo ma stavolta non potevo farne a meno, innanzitutto ottimo sito è ottima peculiarità da parte tua nella ricerca dettagliata della nostra storia, guardando la tua foto mi meraviglia che un volto così giovane abbia così tanti ricordi, ricordi giust’appunto che mi hai fatto ritornare nella memoria elencandomi i nomi delle “guaritrici trezzesi” ad essere sinceri non ne ho persa una, dalla Fasola alla Breca passando per la Mericona (scusa il mio dialetto ma non so scriverlo) tutte mi hanno diciamo “guarito” non ti sto a raccontare le volte e come, perché sarebbe troppo comico e a raccontarle veramente oggi nessuno ci crederebbe.
    Grazie ancora e complimenti.

    • Cristian Bonomi
      Cristian Bonomi

      Grazie Diego! Più che al racconto, ho l’attitudine del’ascolto: le interviste agli anziani mi sembravano un dovere da ragazzo, quasi per sdebitarmi della terra natia, che mi ha insegnato a camminare. Per questo ho ricordi non miei, vicende tramandate; raccontarle è quasi liberarmene a vantaggio della memoria collettiva. Mi fa piacere che tu pure ritrovi qualcosa del tuo trascorso in queste testimonianze. Il passato passa ma rimane..