Sallianense, quattro chiavi nella terra

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Sallianense. Così si chiama il villaggio altomedievale di età longobarda che le archeologhe dell’Università Cattolica “Sacro Cuore” di Milano hanno risvegliato dal granoturco che veste oggi la località trezzese.
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Il sito archeologico di Sallianense indagato dal 2006

Quattro chiavi in altrettante tombe di donna, uomini sepolti a faccia in giù o con un sasso in bocca. Ecco il passato che rimane nelle pazienti mani dell’archeologia trezzese. Disposti attorno a tre siti di scavo, san Martino in via delle Racche (1976), santo Stefano in Valverde (1990) e san Michele in Sallianense (2006), i trentennali rinvenimenti sono censiti in «Archeologia Medievale a Trezzo sull’Adda» (2012) curato per Vita e Pensiero da Silvia Lusuardi Siena e Caterina Giostra alla milanese Università Cattolica del Sacro Cuore.

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Sallianense, alcune delle tombe più prestigiose

Citato in 14 documenti tra il IX e il XVI secolo, Sallianense è oggi una distesa di granturco coltivato da Francesco Fumagalli accanto al casello autostradale. Ma le dimensioni della chiesa suggeriscono un cospicuo centro rurale, vivo fino al ‘500 e precedente lo sviluppo di Trezzo, calamita demografica oltre che sede di Pieve capace di assorbire i villaggi orbitanti nel suo contorno. I documenti tacciono le sorti di Sallianense, la cui chiesa viene descritta diruta, campestre e non officiabile dalla visita pastorale di San Carlo Borromeo, nel 1566. Il cardinale ordinò la demolizione del tempio e il riciclo dei pezzi più pregevoli nell’ampliata parrocchia trezzese. La disposizione fu assolta.

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Alcuni degli studenti impegnati a Sallianense

Ridotta a cava di pietre già squadrate, la basilica divenne un bosco di circa 3 pertiche, anch’esso assegnato al prevosto trezzese. Gli altri benefici di San Michele erano la vigna «Il Moscatello», quella in Val di Porto (Trezzo) e una terza al Cavalasco (Pozzo) oltre ai tre campi della «Caldera» (Grezzago). In tutto 91 pertiche che fruttavano 60 Lire annue. Sallianense sopravvisse solo nel nome dei campi che un tempo occupava. Masticato dal dialetto locale divenne «Sallianés», «Sanginés», adattato al nome di un santo, e infine «Ginés». Il toponimo giunse all’orecchio dell’impiegato catastale, che pensò bene di italianizzarlo in «i Cinesi». Risalire questa corruzione linguistica ha permesso di collocare Sallianense, mai localizzato dalle fonti che lo citano.

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Planimetria degli scavi con i due luoghi di culto successivi, edificati a Sallianense

Malgrado le sopravvivenze non siano di spettacolare evidenza, avendo sofferto anche una fossa scavata negli anni Settanta sul lato orientale, il centro ha restituito le insperate fondamenta di due absidi: uno orientato ad Est, come consueto per i luoghi di culto; a Nord il secondo. La seconda chiesa appare gettata su filari di ciottoli a malta povera ed è forse anteriore a quella verso Oriente. Cercavano una chiesa, quella di San Michele in Sallianense citata da 14 documenti tra il IX e il XVI secolo; e ne hanno trovate due. Il che lascia ipotizzare un centro vivo, remoto, stratificato. A suo servizio era una strada in incavo scoperta a Nord dei due templi, cui un terzo edificio pare accostarsi in epoca più tarda.

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La via era ribassata rispetto al piano costruito ed è emersa in due assaggi vicino ai luoghi di culto, recando ancora in superficie il solco dei carri che vi si recavano. L’estensione totale degli scavi, che hanno aperto diverse finestre nell’immediato sottosuolo, è di 650 mq. Le tombe con fondale e muratura, le più importanti, stanno a ridosso dell’abside verso Est o tra questo e quello a Nord. Un ulteriore saggio, limitato ma felice, è stato tentato nell’estate 2008 a 100 m dalla chiesa. Ne sono affiorate ceramiche da cucina databili dal V al VIII secolo, sintomo dell’abitato intercettato a quella quota.

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Non distante dal casello autostradale A4, la chiesa altomedievale di san Michele accoglieva in fosse terragne o rifinite a ciottoli 154 individui tra i 35 e i 50 anni: le donne ci spiccano per longevità; per altezza gli uomini sul metro e sessanta. Coordinate da Lanfredo Castelletti, tesi di laurea hanno studiato molte delle sepolture, rivelando usi e salute degli ospiti trezzesi. Contadini perlopiù, uno tra cui esibiva però la frattura da parata al braccio, sofferta per un fendente di spada. Il tartaro ai denti tradisce una dieta poco proteica, che prolungava quanto possibile l’allattamento nei bimbi.

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La sepoltura superstiziosa col sasso premuto in bocca
Le tombe superstiziose di Sallianense

Quattro mogli portavano ancora nella mano destra una chiave in ferro, forse quella del cassone dotale: due indossavano fedi in fascia di bronzo. Avvolti o cuciti, i sudari costrittivi ravvicinano in compostezza ginocchia e caviglie dei defunti, il cui 5 % era però additato al pubblico biasimo. Quando la notte era ancora buio e denti di lupo, la superstizione incoraggiava pratiche superstiziose contro contagiosi, assassinati o suicidi. Costoro vennero rotolati in sepolture brutali, ingiuriuse: un adolescente fu persino inumato a pancia sotto. Più inquietante il caso del defunto con un sasso sfondato in bocca. Una pratica quasi esorcistica, per impedire all’anima di abbandonare il corpo da quell’orifizio, tornando a molestare il villaggio che continuava a vivere.

Sallianense, la miniera dialettale dei fossili linguistici

L’archeologia interroga anche il dialetto, in cui i terreni hanno battesimi più antichi. Sallianense divenne ad esempio «Sallianés», «Sanginés» e infine «Ginés», «i Cinesi». Risalire questa corruzione linguistica ha permesso di collocare Sallianense, mai localizzato dalle 14 fonti antiche che lo citano. A Trezzo anche il «campo della guardia», menzionato dalle carte trezzesi, accenna ad un punto di sorveglianza.

Ugualmente il «caviggioli», forse in riferimento ad un bosco recintato per l’allevamento dei cavalli o il toponimo «Scarlasc», che nomina forse un castello abbandonato in epoche forse protostoriche non distante da Sallianense. Persino via delle Racche pare corrompa il più antico «Rocche», bastite militari.

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