Filande e tessiture, i giorni della città operosa

Tra filande e tessiture: Trezzesi operai, migranti e sovversivi al tempo in cui “Berta filava”; le navi per “Lamerica” e la caserma a disciplinare chi rimane.
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In tessitura Rolla, operaie tra cui Rosa Lecchi (Raccolta Rino Tinelli)

14 ore sonanti. Nel 1852 sono efficienti a Trezzo sei filande da seta, che fervono tra i 40 e i 50 giorni l’anno: Radaelli, Passoni, Grumelli, Cereda, Lancrò e Mazza. Per grandezza e cronologia, quest’ultima è la prima, impiantata tra via Torre e vicolo Filanda almeno dal 1799. Le famiglie contadine prestano all’attività specie le figlie più piccole, non altrimenti coinvolte dalle fatiche rurali. Nel 1867 i più cospicui imprenditori della seta trezzese sono Emilio Mantegazza e Antonio Galbiati, proprietari in paese di filatoi con annesso incannatoio. L’indagine governativa del 1872 censisce nell’abitato trezzese due torcitoi, due filande e un incannatoio. Per 14 ore quotidiane d’estate e 12 d’inverno, nei due torcitoi lavorano 107 operaie, di cui 28 tra i 6 e i 10 anni d’età. Gli uomini impiegati sono solo 12, addetti alla movimentazione, che è a forza di braccia e buoi. Le donne soffrono frequenti febbri gastriche e postazioni di lavoro troppo lungamente in piedi, specie per le bimbe.

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Il nobile ing. Francesco Bassi (Archivio Famiglia Bassi)

Mal di petto nelle filande. La relazione del 1872 riferisce disagi simili anche nelle due filande a fuoco, che assumono a Trezzo 167 operaie, di cui 55 tra gli 11 e i 15 anni. Qui la manovalanza, esclusivamente femminile, lamenta però patologie ulteriori: mani offese dall’alternata esposizione in acqua fredda e bollente; disordini mestruali quali anassarea e dismenorrea; «qualche aborto nelle maritate». Benché si distribuisca solo su 4 o 5 mesi all’anno, il lavoro quotidiano assomma 15 ore e mezzo d’estate, 9 e mezzo d’inverno. Per questa durata, le bimbe girano l’arcolaio da un manico in ferro, soffrendo alle mani infiammazioni di origine batterica: i paterecci. L’unico incannatoio rilevato a Trezzo nel 1872 impiega all’avvolgimento del filo su rocchetto 57 operaie, di cui 19 tra i 6 e i 10 anni, ogni giorno per 14 ore estive o 12 invernali.

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Opera di Francesco Bassi (Archivio Famiglia Bassi)

Alla prima tessitura meccanica, inaugurata tre anni prima dall’ing. Francesco Bassi, l’orario lavorativo è invece di 12 ore in ogni stagione. Costui pubblicherà due contribuiti tecnici circa i generatori a vapore e il loro consumo di carbone, proprio in seguito al pioneristico esperimento trezzese, installato sugli ex-giardini di casa Bassi. Presso il suo stabilimento, le mansioni maschili di macchinista e fuochista arruolano gli uomini in un ambito, quello tessile, finora squisitamente femminile: 20 operai, di cui 5 tra gli 11 e i 15 anni; contro 39 operaie, di cui 4 tra i 6 e i 10 anni. In pochi mesi, il numero dei telai Bassi si infittisce a cento, esponendo i lavoratori a possibili patologie respiratorie note come «mal di petto».

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1899 – Turbina a vapore della tessitura Bassi (Archivio Famiglia Bassi)

La pietra e il fuoco. L’assessore Emilio Mantegazza, che denuncia le attività trezzesi nel 1872, ne possiede due egli stesso: un filatoio in paese, e in località San Martino (Nord-Ovest) una recente fornace laterizia di 16 forni Hoffman a carbone. Sudano qui 45 fornaciai, di cui 3 tra gli 11 e i 15 anni, per quotidiane 13 ore estive che calano a 9 d’inverno. Se tessitura e filanda assorbono manovalanza quasi solamente femminile, le fornaci si avvalgono solo di uomini, liberi dal lavoro agricolo. Costoro si offrono altrimenti alle cave di puddinga (ceppo d’Adda) lungo il fiume, dove nel 1872 operano 122 Trezzesi, di cui 10 tra gli 11 e i 15 anni: 15 ore al giorno d’estate, d’inverno 9. La pietra estratta dai versanti riverbera il sole, esponendo gli scalpellini a un caldo che stordisce. Solo per quell’anno, si piangono 2 morti per frane o improvvisi stacchi di macigni detti «marogne».

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Scalpellino trezzese sull’Adda in località Rondanera, opera di Giuseppe Milanesi (Raccolta Rino Tinelli)

Trezzo oltreoceano. Il censimento delle attività trezzesi risale al 1872, epoca di controversie economiche. Si apre allora una crisi di sovraproduzione non solo agraria: su accelerate vie di comunicazione, giungeranno in Europa merci concorrenti come il frumento statunitense, che abbatterà i prezzi di quello italiano. L’istituzione di tariffe doganali a difesa dei prodotti interni irrigidirà le relazioni tra gli stati, concorrendo allo scoppio della Grande Guerra. Intanto, la depressione provoca anche a Trezzo povertà, scioperi e migrazione, cui non rimediano nemmeno le filande locali o l’irresistibile fondazione del villaggio operaio di Crespi d’Adda (1878). A Trezzo si deplorano così pubblici disordini, contro cui il Comune invoca l’erezione di una locale caserma dei Carabinieri. I compaesani più avventurosi partono per il Sud-America, diretti soprattutto in Brasile, dove costituiscono una comunità a Belem do Descavaldo (San Paolo): Barelli, Monzani, Tinelli ricreano Trezzo oltre l’oceano.

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Passaporto per l’America della trezzese Angela Sironi

Il lavoro disobbediente. Dal 1862 al 1908, i sindaci trezzesi invocano con vana insistenza una locale stazione dei Carabinieri Reali, giudicata «indispensabile» anche dal Ministero, dove Giovanni Giolitti si interessa alla cosa. Nel 1862 l’Amministrazione Comunale rileva «lo spirito litigioso e sovversivo di questa popolazione», dispone tre stanze per l’alloggio dell’Arma e chiede che traslochi qui la caserma di Vaprio. A Trezzo, la Guardia Nazionale non basta più a mantenere l’ordine pubblico: arruola solo Trezzesi, incapaci di usare severità a parenti e amici.

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Giuseppe Minella, comandante la stazione dei Carabinieri in Trezzo sull’Adda negli anni Venti

Alle richieste di insediare i Carabinieri in paese, i sindaci allegano dati statistici, che misurino l’urgenza del provvedimento: per il solo 1905 si lamentano 2 «grandiosi incendi» e 5 «ferimenti noti e impuniti». Nel 1907 «più di due terzi della popolazione è operaia», esaltando il rischio di tafferugli e disordini. Nel 1903, il cotonificio di Crespi d’Adda impiega 350 Trezzesi oltre fiume; il locale capomastro Ambrogio Tolla ne impegna 200; la tessitura Riva ex-Bassi 181; la filanda Mantegazza 138, quella Galbiati 84; 82 la tessitura dei fratelli Rolla, in via Castello. Alla fornace Mazza & Margutti lavorano inoltre 55 Trezzesi, 43 in quella Radaelli & Perego; gli scalpellini sono 69 sul Brembo e 38 sull’Adda, alla cava Corda & Malvestiti. Per quanto granturco le cresca attorno, Trezzo è ormai convertita all’industria.

Dal Notiziario trimestrale “La Città di Trezzo sull’Adda”, n. 1, marzo 2017

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Fonti. Archivio di Stato di Milano, Prefettura, Carteggio generale amministrativo, 1203 (ringrazio della segnalazione gli ottimi Angelo Cernuschi e Luigi Mauri da Cassano d’Adda); Asmi, Questura di Milano, Divisione I – Gabinetto, 47; Archivio Storico Comunale di Trezzo, 26/508; C. Bonomi, S. Confalone, I. Mazza, Ditte e botteghe del Novecento, Trezzo 2012; I. Mazza, Dall’antica famiglia Mazza all’Opera Pia, Trezzo 2002; L’opera degli ex allievi del Politecnico, Milano 1914; Società d’incoraggiamento d’arti, Milano 1851. Devo le foto alla gentilezza di Lorenzo Bassi e Rino Tinelli.