Confraternite dal perduto vessillo: SS. Rocco e Marta

Confraternite estinte: cocci di fede in fondo alla storia trezzese
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L’oratorio di San Rocco a Trezzo

 Basta scostare appena i secoli per ritrovare i colori delle confraternite, che alzarono a Trezzo i loro vessilli. Quella di San Rocco vestiva in verde affiliati che accorrevano al capezzale degli appestati. Flagellanti erano i confratelli di Santa Marta che, in candidi abiti, snodavano per il paese lugubri cortei. Entrambe le congreghe erano erette negli oratori omonimi. Mentre sorsero tra le navate parrocchiali le scuole dei Poveri (votata a Sant’Andrea), del Santo Rosario e del SS. Sacramento; quest’ultima recentemente estinta.

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Una processione trezzese esce da Porta Santa Marta, annunciata da Gaetano Comotti, inviatore della confraternita votata al Santissimo Sacramento

Se ne stupì persino San Carlo Borromeo. Ad additare il cielo di Trezzo erano, nel ‘500, ben quattordici chiese. Quella di San Rocco ancora non era sorta all’incrocio delle vie che raccordavano le porte Santa Caterina e San Bartolomeo, Valverde e Santa Marta. (L’archivista Paola Barbara Conti sta indagando la fondazione dell’oratorio, che coinvolse anche Pellegrino Tibaldi). La pestilenza (1576), che aveva sotterrato 551 vittime, consigliò al piccolo borgo di fiorire un tempio anche a lui: il protettore degli appestati. Un trezzese infetto cadde morto proprio ai piedi del Borromeo che gli impartiva la Cresima. E se San Rocco non poteva stornare tutte le pesti venture insieme ai santi Sebastiano e Ambrogio, compatroni dell’oratorio; beh, ad alleviarne i tormenti sarebbe stata una nuova congrega tra le altre confraternite. Votata appunto a San Rocco ed eretta nell’omonima chiesa trezzese.

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L’affresco nell’abside di San Rocco: da sinistra, il patrono, Sant’Ambrogio e San Sebastiano ai piedi della Vergine

L’aggregazione all’Arciconfraternita romana del santo coronò il primo centenario della congrega, tra le più antiche confraternite locali; e verrà soppressa dopo altrettanti anni: nel 1787. Fu Giuseppe II d’Austria ad abolire l’istituto, che riuniva 75 confratelli contro i 24 contati nel 1609. La chiesa rimase sussidiaria della parrocchia trezzese; e ancora nel ‘900 vi s’impartiva la catechesi («dutrinèta»). I restauri diretti nel 1984 da Liliana Grassi hanno alleggerito il tempio da ogni sovrastruttura. E’ così riemerso il tenue verde dei trompe-l’oeil, minutamente impiegato anche nell’affresco absidale. Di questa tinta erano le ruvide vesti dei devoti a San Rocco. Venivano riposte nel coro prominente l’entrata e ampliato a fine ‘600. Lì gli affiliati le indossavano nei giorni festivi: recitavano un mattutino seguito da un’orazione mariana e, verso le 17.00, i vespri. Indicevano predicazioni quaresimali. E ogni prima domenica del mese snodavano una processione eucaristica dall’oratorio alla parrocchia. Confratelli e insieme consorelle.

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Il coro di San Rocco

La fede prometteva indulgenze a chi di loro partecipasse ai cortei, visitasse carcerati, pacificasse nemici, albergasse pellegrini o provvedesse la dote delle ragazze povere. Gli obblighi del sodale, organizzati da San Carlo Borromeo, erano controriformisti. Egli doveva confortare gli appestati, confidando nella protezione del patrono. E gli si garantiva «il perdono di tutti i peccati all’ingresso nella congrega, similmente per chi nel giorno di San Rocco visiterà la chiesa, pregherà Iddio per la concordia tra i principi Christiani, estirpazione dell’heresia et esaltazione di Santa Madre Chiesa, e anche in punto di morte invocando col cuore non potendo con la bocca il nome di Gesù». Ai confratelli defunti era riservato un sepolcro nella navata destra della prepositurale trezzese.

Fu proprio grazie ai lasciti «pro remedio animae» che, tra le altre confraternite, la scuola di San Rocco coagulò un discreto patrimonio. Gli affiliati avevano anche il permesso cardinalizio di racimolare le elemosina a Trezzo e nei dintorni. Le custodiva il tesoriere della congrega in un locale sopra la sacrestia.

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Pala d’altare dono della marchesa Cavenago all’oratorio rocchino

I legati a San Rocco, rintracciati negli archivi statale e diocesano di Milano, includevano campi dai nomi dimenticati: «Traversagna», «Olmetto», «San Giorgio», «Sebastiano», «Baialupo». E per decidere di ogni avere prima della soppressione, la fraternità le cui entrate ammontavano ad annue 877 lire milanesi contro le 678 spese, convocò al suono delle tre campane un capitolo generale. I rintocchi irradiavano dal campanile su cui i feudatari Cavenago avevano forse dipinto il loro blasone dopo aver donato all’oratorio un paliotto ligneo. Erano le 20.00 del 19 novembre 1782 quando il priore Domenico Barzaghi, il vice Antonio Pozzone, il tesoriere e Giuseppe Tinelli regolatore dell’officio aprivano l’assemblea. Vi presenziavano 59 confratelli e 12 consiglieri per decidere del secolare patrimonio raccolto ai piedi di San Rocco.

Tra le confraternite, la più potente: Santa Marta dei Disciplini
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L’ex-oratorio di Santa Marta a Trezzo

Negli stessi giorni anche la congrega trezzese di Santa Marta cedeva ogni suo possedimento: a don Ambrogio Cavenago, feudatario di Trezzo spesso rappresentato dal fattore Giuseppe Limonta. La confraternita, soppressa nel 1787, era però più antica e cospicua che quella rocchina. Il capitolo generale per sbrigarne i beni aveva adunato, al suono della campana, 194 confratelli in un’aula contigua alla chiesa di Santa Marta. Senza contare il priore Carlo Scotti, il vice Pietro Barzaghi, Giuseppe Airoldi maestro dei novizi, quello del coro Battista Pozzi, il tesoriere, il cancelliere, due infermieri e altrettanti pacificatori. Tutti con l’abito di sacco bianco che recava le insegne della patrona. Le loro entrate annue ammontavano a 1063 lire milanesi di cui solo 345 in uscita, confermandola tra le confraternite più ricche. E tra i legati alla Santa c’erano le vigne «Cavalasco», «ad campidei», «Gininella», «Sant’Ambrogio». I suoi devoti, 23 nel 1609, si riunivano nella chiesa accanto a Porta Santa Marta (dov’era dipinto lo stemma Cavenago) in occasione della sua solennità. E l’indomani vi celebravano un rito per i sodali defunti, il cui sepolcro era nella navata sinistra della parrocchiale. Riponevano le vesti in un coro soprelevato, come i votati a San Rocco, di cui ricalcavano tra l’altro orari e orazioni festive.

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Vescovo affrescato in nicchia – Santa Marta

I figli (e le figlie) di Santa Marta erano disciplini. In Quaresima e in Avvento si flagellavano cioè processionalmente per mortificare il corpo, tagliola d’anime. Apriva il lugubre corteo lo stendardo con la croce da un lato e dall’altro Santa Marta tra confratelli in ginocchio. Loro tallonavano il vessillo, fustigandosi. Dell’oratorio, poi stazione della Polizia Locale e infine sede del volontariato cittadino, la Vergine dipinta tra Santa Marta e la Maddalena sovrastava nel ‘600 l’altare maggiore.

Ne furono eretti poi due laterali, a Santa Caterina e San Luigi Gonzaga. Tre campane, la cui cella è oggi otturata, vi convocavano davanti i disciplini, tenuti in alta stima anche dalle altre confraternite. Raccoglievano di persona le elemosina a Trezzo e nel contado, benché non vi fossero autorizzati come i rocchini. E la creazione del loro istituto era così remota che, nel 1718, lo rifondarono annettendolo alla confraternita romana del Gonfalone.

Già scriveva don Carlo Andrea Bassi, prevosto di Trezzo, nel 1613: «Faccio fede come la scuola de Disciplini di Santa Marta nel borgo di Trezzo anticamente instituita come dalla chiesa inscritioni et libri de manegii si può vedere et in questo tempo è sempre stata molto obediente». Ma l’abolizione disperse anche questa «sodalitas», tra le altre confraternite. Dell’arredo sacro una croce lignea finì in San Rocco mentre la parrocchia di Trezzano Rosa si aggiudicò l’organo e la cantoria per 60 lire. A metà del 1798 persino Giacomo Brasca, sacrista di Santa Marta, si dimise.

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San Rocco, interno

 

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