Trezzo, quando il borgo dimenticò l’aratro per il telaio

Trezzo, da borgo rurale scarsamente irrigato a snodo tranviario, idroelettrico e industriale: la conversione che cambiò il secolo e le giornate, la postura del lavoro, dieta e cartella clinica dei contadini convertiti all’industria.
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Il castello trezzese (Luigi Medici junior, Collezione privata)

I Celti chiamano «Trecc» il promontorio sull’Adda che attrae i villaggi satelliti di Gonico, Bernate, Sallianense poi assorbiti in Trezzo. Il borgo irradia dal castelvecchio, alto sul fiume, salvo ritrarsi tra mura più a ovest. S’incrociano all’oratorio di san Rocco le strade interne che congiungono le porte di san Bartolomeo e santa Caterina, Valverde e santa Marta. Patrona dell’ospitalità evangelica, custodisce lei l’ingresso verso Milano, del cui ducato Trezzo è estrema difesa. Vertici dell’economia locale sono il priorato benedettino di san Benedetto in Portesana; confraternite che radunano secolari patrimoni ai piedi di santa Marta e san Rocco finché Giuseppe II d’Asburgo non le disperde; famiglie imprenditoriali che edificano ricchezza con le mani callose (Mazza, Valvassori) o che appendono lo stemma nobiliare sul portone (Bassi, Cavenago, Crivelli).

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L’ex-priorato cluniacense di San Benedetto in Portesana

Ancora nel 1825 il censo milanese definisce Trezzo «paese agricolo»: affaticato dalle difficoltà irrigue, sussiste di cereali, uve da vino e gelsi per la bachicoltura[1]. I contadini, che sudano a vanga o falcetto, pagano in frumento l’affitto terriero e col denaro quello di casa; trattenendo il granturco per la polenta quotidiana. La fame siede alle loro tavole, specie in forma di pellagra. Ingegnere e filantropo, Francesco Bassi (1843-1905) denuncia come i proprietari terrieri siano assenti, frammentari i campi e malconcimati. Ma la questione agraria esplode solo nel 1882, quando l’importazione cerealicola da America e Oriente abbatte l’agricoltura locale, liberando manodopera per la nascente industria.

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Il nobile ing. Francesco Bassi (Archivio Famiglia Bassi)

Per impegnarla, nel 1870 Bassi impianta con l’amico Triaca una tessitura meccanica di cotoni sui giardini della propria villeggiatura, nel centro trezzese. Le donne possono così raggiungere il lavoro notturno senza l’uscita dalle mura cittadine, che le esporrebbe alla maldicenza. Otto anni dopo, Cristoforo Benigno Crespi occupa altre maestranze trezzesi all’omonimo villaggio operaio, sulla riva bergamasca. Lini e filati misti lavorano invece dal 1887 i fratelli Pietro e Giuseppe Rolla sul promontorio del castello. Trezzo si scuote da un’economia agricola, contornata solo di estrazioni in ceppo e filande artigianali. I contadini dimenticano l’aratro nei campi per convertirsi operai, non senza iniziale diffidenza.

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In tessitura Rolla, operaie tra i telai (Raccolta Rino Tinelli)

Una geografia pianeggiante consente celeri vie di comunicazione come la tramvia Monza-Bergamo, inaugurata anche sul ponte verso Capriate, al cui cantiere il municipio trezzese partecipa con 50.000 Lire nel 1886. Il convoglio procede tra i 15 e i 20 chilometri orari. L’Adda intanto trasfigura in elettricità industriale la sua forza, convogliata dal 1906 nella centrale «Benigno Crespi» (poi «Alessandro Taccani»). Energia per i telai, strade per la materia prima o lavorata sono le occasioni raccolte dall’imprenditoria lombarda per innescare l’industria locale.

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La centrale idroelettrica “Taccani” (Raccolta Rino Tinelli)

Braccianti, mezzadri calzano le scarpe e smettono gli zoccoli, in cui faticavano raccolti non loro; magari bruciando l’ulivo benedetto quando la tempesta minacciava di rovinarli. Lotteranno in fabbrica per il lavoro, l’educazione, lo stipendio e non più per la sussistenza sulle campagne. L’arte e la tecnica concorrono a questa rivoluzione di pace, assegnandole modernità e bellezza. La grandiosità degli edifici produttivi testimonia ancora la speranza di quegli uomini, manovali e imprenditori, che coniugarono il loro ingegno al futuro.

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[1] Angela Amoroso, Una storia per Trezzo, Capriate San Gervasio 1985.

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2 risposte

  1. Livia Alessandrini

    Sempre interessante e sopra ogni cosa coinvolgente, ci si immerge nella Storia, nel Tempo, non si vorrebbe più uscirne. Ti auguro di pubblicare un libro, lo meriti tu, quanto lo merita Trezzo e la sua umanità.

  2. Cristian Bonomi
    Cristian Bonomi

    Grazie Livia! Sei sempre generosa: il mio scrivere è poca cosa ma la condivisione migliora e moltiplica lo scritto. Un abbraccio!